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Tra Balotelli, Draghi e Monti, è il basket che perde il suo Mario migliore Sport

…addio all’adrenalina che ti percorre da capo a piedi quando tenti una bomba da 3 allo scadere di una partita da dentro o fuori mentre la tua squadra è sotto di 2… Addio alla pallacanestro. Potrebbe sembrare facile dire addio a tutto ciò, ma non può esserlo se le cose suddette, e tante altre ad esse correlate, hanno fatto parte della tua vita a livello professionistico per la bellezza di 30 anni. Mario Boni, a 49 anni spaccati, ha dato l’addio al basket. Uno sport che senza quest’uomo, in Italia, perde un qualcosa che difficilmente qualcun altro potrà mai ridargli. Mario Boni ha attraversato da giocatore 20 anni di pallacanestro italiana che rappresentano una delle ere più importanti per questo sport: gli ’80, gli anni della rinascita, e i ’90, quelli del boom, della passione collettiva, dell’affermazione del basket italico a secondo sport di squadra più seguito del Paese dopo il calcio. Continuando poi, seppur in categorie inferiori, a dare sfoggio della sua classe anche nei 2000. E Mario Boni, nonostante in bacheca abbia ben pochi trofei da sfoggiare, ha rappresentato per decenni lo spauracchio di chi invece i trofei li rincorreva per vincerli. Qualsiasi stagione iniziavi, sapevi che almeno in due occasioni avresti avuto a che fare con un cecchino infallibile, un uomo di 2 metri in grado di infilarti 40 punti senza che tu nemmeno possa capire da dove partono i tiri. Mario Boni è stato uno che alla pallacanestro italiana, sembra impossibile dopo aver giocato fino a 49 anni ai massimi livelli (!), avrebbe potuto dare tanto di più. Al top della carriera, tanto per cominciare (1994), fu squalificato per due anni per doping. Non si scoraggiò, e approfittò per emigrare negli Stati Uniti, non verso i lidi dorati della NBA naturalmente, ma verso le ben più umili spiagge della USBL prima e della CBA poi. Un peccato: a 30 anni, con la Nazionale di Ettore Messina che inizia a costruire la sua storia, avrebbe fatto comodo alla causa. E poi proprio il suo rapporto burrascoso con l’azzurro. Nonostante infatti sia stato per anni tra i migliori marcatori della serie A (due volte consecutivamente capocannoniere, nel ’93 e ’94), non ha mai fatto realmente parte di un progetto, per il suo carattere che lo portava, in campo, ad essere odiatissimo dai tifosi avversari, ovunque andasse. Un odio difensivo da parte del tifo italiano: Mario Boni tirava come nessun altro in Italia, preferiva l’ambiente piccolo che lo coccolasse alle grandi piazze, e tutti avrebbero voluto averlo nella propria squadra, anche se nessuno aveva il coraggio di ammetterlo. Mario Boni, tra l’altro, nonostante sia lodigiano d’origine è toscano d’adozione, dopo undici anni giocati a Montecatini, dove probabilmente è più venerato di Dio. Della Toscana ha preso tutto: spirito, arguzia, lingua tagliente, un po’ di calata, l’essere fumino (celebri i battibecchi con i tifosi delle altre franchigie regionali che militavano in A a suo tempo, Pistoia e Siena). E alla Toscana, da Montecatini agli avversari, ha dato tanto, perché difficilmente tornerà un Mario Boni in grado, nel bene come nel male, amato o odiato, di infiammare le piazze. Da oggi quel tanto mancherà alla pallacanestro italiana. Tra Balotelli, Draghi e Monti, anche il basket tricolore aveva il suo Mario. E in questo caso, senza dubbi, per anni e anni è stato il migliore.

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