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Tre (forti) dubbi sulla scommessa di Matteo Renzi Opinion leader

Le dimissioni di Letta, sfiduciato dalla direzione del partito, hanno un peso politico enorme, storico. La sostituzione del presidente del consiglio incaricato con il segretario del partito democratico pone una domanda pressante sul futuro del governo e ancor di più sul futuro del partito.
Concentrare nella stessa persona due ruoli così importanti e così inconciliabilmente diversi concettualmente è a mio avviso la prima strutturale debolezza: il governo, rappresentante di tutti gli italiani deve portare avanti una politica di interesse generale per essere efficiente e riconosciuto. Il partito d’altro canto ha il dovere e il “privilegio” di potersi concentrare sulle sfumature, sui piani di più lungo periodo, sui valori e i metodi per perseguirli, con dialogo aperto e bidirezionale tra base e direzione nazionale. Avendo quindi la libertà di pensare e costruire fuori dagli schemi e dagli obblighi del governo, un partito sano e unito può quindi avere più forza per esercitare le dovute pressioni su quest’ultimo, ancor più se sostenuto da una maggioranza parlamentare ideologicamente favorevole. Nel caso di Renzi tutto questo non si è verificato; l’opposto anzi. Il subentrare del segretario a Palazzo Chigi ha sottomesso l’intero partito all’ideologia del governo, privandolo quindi della sua forza popolare come laboratorio di idee e critiche “di parte” alle azioni del governo stesso. Il governo poi – quale che sia la sua finale composizione – sarà sostenuto dalla stessa maggioranza parlamentare del precedente, con scarsa manovrabilità quindi.
 

Ciò che mi preoccupa maggiormente è la trasfigurazione che sta avvenendo (o che è già avvenuta) all’interno del PD. Il “passaggio all’io” come lo ha definito Barca nella sua telefonata al finto Vendola è la sconfitta di cento anni di lotte operaie. L’appiattimento sul duce (la rimozione del termine dall’uso comune e la sostituzione con la traduzione inglese non neutralizza il significato politico della parola leader) certifica la resa dell’assemblea, la sua incapacità di costruire idee attraverso il dialogo e di diffonderle grazie alla forza della giustizia. Il partito-azienda vende meglio in una società intellettualmente pigra e umanamente svuotata di ogni tipo di prospettiva o idea di una realtà alternativa, migliore. Risultati oggi sennò si cambia. “L’effetto Reja”, nuovo allenatore della Lazio, è durato poco purtroppo, ma se la squadra – mediocre in partenza – non cambia, è irrealistico pensare che un singolo uomo possa da solo risolvere tutti i problemi nella loro complessità. E se un ragionamento calcistico basilare porta 50 000 persone allo stadio domenica a protestare contro una dirigenza incompetente, il motivo è semplicemente che alla gente non piace di essere presa per cretina.

La domanda (3 in una) nasce da sé: possiamo davvero credere che Renzi grazie alla sua “energia” e alla sua “gioventù” possa riuscire dove Letta ha fallito per “inerzia” e “prudenza”, ovvero nel cooptare Alfano, Casini, Monti e tutti i loro parlamentari al programma – ancora da vedersi- che salverà la Patria? O peggio ancora, possiamo veramente pensare che Renzi stesso ci creda? Per non parlare della maggioranza della direzione nazionale del PD? La risposta è ovviamente NO per le prime due domande, e SI a metà per terza.
1) Data la stessa maggioranza, composta da individui che fino ad oggi hanno portato avanti interessi di parte e bloccato ogni iniziativa riformatrice proveniente dal PD, la sottomissione gratuita al “ciclone” Renzi appare quantomeno risibile. Tanto più che ora è Renzi stesso e il PD con lui ad avere tutto da perdere dopo aver forzato la crisi di governo, e non disponendo di milioni di euro privati né armi dubito nella sua capacità di persuasione di soggetti come Schifani, Cicchitto e compagnia. 

2) Supponendo che Renzi abbia una intelligenza e una visione superiori a quelle di Lotito, presidente della Lazio, (il quale probabilmente non crede a sua volta di vincere il campionato con Cana e Ciani), deve aver basato le sue azioni su un ragionamento politico più complesso. Azzardo un’ipotesi – l’unica che sono riuscito a cogitare per il momento. Per modificare la costituzione sono necessari 2/3 dei parlamentari in entrambe le camere, fattore di cui la attuale maggioranza comprensiva di NCD non dispone; il che necessita la partecipazione, e il VOTO, di almeno uno dei due maggiori gruppi dell’opposizione. Data la chiusura pregiudiziale ad ogni dialogo del Movimento 5 stelle, per colpa della quale siamo stati costretti a formare l’attuale governo, la scelta non può che ricadere su Forza Italia.

L’amnesia cronica dell’opinione pubblica italiana è leggendaria, ma anche i sassi ricordano che il progetto originale, l’aspirazione più grande del Berlusconi politico, stampata nero su bianco sul “piano di rinascita democratica” della P2 è il cambiamento della forma di governo in senso presidenzialista, con l’elezione diretta del presidente della repubblica. Le riforme strutturali, tra cui l’abolizione della prima assemblea deliberativa della storia occidentale, sono una necessità impellente, e una tale radicale trasformazione del sistema avviene una sola volta, così come la effettiva capacità e volontà parlamentare di portarla a termine. Berlusconi questo lo sa bene e non si lascerà scappare l’opportunità per un tentativo di riforma della forma d governo.
 

Renzi dal canto suo si è sempre dichiarato favorevole ad un cambiamento in tal senso, convinto di poter contare sul proprio carisma e sulla forza aggregativa del suo modello di comunicazione. Per questo motivo non mi stupirei se il tema, precedentemente concordato tra i due, venga incluso presto nella discussione sulle riforme, facendole quindi slittare e permettendo a Berlusconi di promuovere l’idea della governabilità e dei maggiori poteri al premier ricostruendo una sorta di credibilità politica favorita dal clima del “dialogo sui contenuti”. Passata una riforma in tal senso, Forza Italia tramite il suo satellite NCD avrà buon gioco a prolungare la legislatura fino almeno al 2017, anno in cui si esaurisce l’interdizione dai pubblici uffici permettendo a un Berlusconi ritrovato e rigenerato da 3 anni di “opposizione” di correre per le presidenziali. Ovviamente Renzi è consapevole di tutto ciò, ma è convinto di poter battere politicamente il proprio avversario. Come se fosse un gioco a due.

E’ questo potenzialmente l’errore più grande e il PD è in serio pericolo: data la potenza economica e mediatica d Berlusconi, la sfida sarebbe tutto meno che “politica”, come sempre è stato. L’alternativa è quindi trovare uno sponsor in grado di contrastare finanziariamente l’ultima grande campagna elettorale del Cavaliere. Dubito che la CGIL o i cittadini iscritti al partito decidano di autotassarsi al grido di “oro alla Patria” – anche con i migliori auguri. Resta quindi il grande capitale, e le varie aperture di Della Valle e soprattutto De Benedetti lasciano intendere un massiccio coinvolgimento in tal senso. Ovviamente il tema del conflitto d’interessi è centrale: uno o è un bravo imprenditore, massimizzando il profitto del proprio investimento o è un bravo statista, massimizzando il benessere collettivo. Non entrambi. E i tre sopra citati sono indubbiamente bravi imprenditori. Il PD ne uscirebbe quindi sconfitto come associazione di cittadini liberi e progressisti, privati di ogni voce in capitolo che non sia il plebiscito sul duce ogni 4 anni, schiavo delle lobby per la propria sopravvivenza. La più grande democrazia del Mondo ce lo insegna.

3) La direzione nazionale che pletoricamente ha benedetto la crisi di governo ha al suo interno un’anima composita, superficialmente non rappresentata nel voto espresso. È infatti composta da una parte di “fedelissimi” i cosiddetti “renziani”, sostanzialmente adulatori e adoratori che mancando di caratura politica e spesso culturale perpetrano slogan del capo con alterne fortune grammaticali. L’onorevole Moretti è stata subissata persino da Minzolini nell’ultimo dibattito a Servizio Pubblico. Questa parte di fedelissimi, partigiani rituali come li definirebbe Dalton, sono genuinamente convinti delle virtù taumaturgiche del leader come uomo della provvidenza e ultimo guaritore per tutti i mali. Contemporaneamente definire personalità del calibro di Veltroni o Serracchiani “renziani” mi pare quantomeno offensivo per la loro storia di impegno politico e levatura intellettuale. Perciò, consapevoli del momento critico hanno deciso di scommettere tutto sul leader, con un piano di più lungo periodo per una ricostruzione del partito. È una scommessa rischiosa ma l’immagine di un partito inerte di fronte alla crisi potrebbe segnarne il definitivo tracollo lasciando campo libero al M5S. La scommessa consiste nel dimostrare, ad ogni costo (anche uno sconvolgimento della carta costituzionale), che il PD è l’unico grande partito riformatore; o nella peggiore delle ipotesi contare sull’ “effetto Reja” per cercare di non perdere le elezioni europee di maggio. In entrambi i casi è la “ragione” e non la “fede” a guidare la scelta. Per questo è sempre meglio avere una dotazione di capitale umano del genere, che ancora distingue ed eleva il PD su ogni altro partito in Italia.

Arturo Bolondi
 

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