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Troppi dati nel cervello globale Innovazione

In un recente articolo apparso su Newsweek (Ottobre 10, 2011) il giornalista Niall Ferguson si domanda se i nostri cervelli siano in grado di stare al passo del cervello globale della rete, che cresce a un ritmo molto più incalzante di quello umano. L’evoluzione infatti ha modellato il nostro meraviglioso organo della mente in un tempo immensamente più lungo di quella che è stata la rivoluzione digitale che stiamo vivendo. Le reti di computer composte da menti tecnologicamente unificate ci rende sicuramente più intelligenti, ma, allo stesso tempo, ci espone a dei rischi che, in fondo, hanno a che fare con la nostra natura umana, e che i computer, per quanto sofisticati, non hanno il potere di controllare. La tendenza ad attraversare differenti stati d’animo, come la paura o l’euforia, permangono anche se schermate dalle nostre protesi digitali.
Stiamo tutti, inconsapevolmente, prendendo parte a un gigantesco esperimento di Intelligenza Artificiale: microprocessori sempre più potenti, crescita costante del livello di connettività hanno condotto alla creazione di un cervello globale ibrido, metà umano, metà cartesiano. È un cervello molto più intelligente delle sue singole parti, generato da un’intelligenza connettiva, basata sul puro scambio di informazioni.
Questo scambio, però, raggiungerà a breve dei livelli difficilmente gestibili se continua a crescere ai ritmi attuali: quali saranno le conseguenze per una economia, una finanza, una politica sempre più dipendenti da algoritmi e computer? Quali le conseguenze per tutti noi, sollecitati costantemente da nuove tendenze e mode digitali?
Il rischio più grande è quello di generare una cultura tecnologica fine a se stessa, che narcotizzi lo spirito critico, che alimenti la confusione e che ingigantisca le nostre emozioni primitive. E che renda, in ultimo, la rete un luogo sempre più instabile.
Spetta alle nostre intelligenze, cerebrali o artificiali che siano, scongiurare questo pericolo.

 

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