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Trump “populista” o “sovranista”? Attenti ai giudizi prematuri Opinion leader

Milano –  Sarà anche politicamente scorrettissimo, ma, per favore, non chiamiamolo “populista”: è il leader mondiale dei sovranisti, cioè di coloro che considerano meglio porre un forte freno alla libertà di movimento internazionale delle persone, dei capitali e delle merci. Stiamo attenti: gli argomenti dei sovranisti non sono affatto irragionevoli. Sono convinto che siano sbagliati; ma è certo che la forte accelerazione del fenomeno della globalizzazione, per il modo in cui si è verificata negli ultimi due decenni, ha alimentato non poco quegli argomenti.

Se vogliamo battere i sovranisti di casa nostra, occorre per prima cosa capire i loro argomenti, almeno quelli che all’incirca corrispondono alla parte più sensata dei discorsi di Donald Trump. E imparare a contrastarli con argomenti contrari più forti e con i comportamenti corrispondenti. Il più efficace consiste nell’individuare con precisione, indennizzare e sostenere le minoranze che dalla globalizzazione escono danneggiate. Anche perché questo è il miglior antidoto contro l’ansia da globalizzazione, della quale soffre anche una parte consistente della maggioranza che non ne sarà affatto danneggiata: la parte che teme di poterlo essere.

Resta un mistero il motivo delle rumorose contestazioni del neo-presidente a Washington e in altre città statunitensi, nel giorno dell’insediamento, da parte dei No-Global: se sono davvero tali dovrebbero essere entusiasti di avere dalla loro il vertice della nazione più potente del mondo.

Bernie Sanders

Un errore da non fare è comunque liquidare Donald Trump qualificandolo semplicemente “di destra”: Bernie Sanders, leader dell’ala sinistra del Partito Democratico U.S.A., ha esplicitamente detto di concordare sulla maggior parte delle misure di politica economica proposte da Trump; e i media statunitensi già lo chiamano Donald il keynesiano. Barack Obama ha un bel dire – peraltro con piena ragione – che contro la fame nel mondo ha fatto più la globalizzazione negli ultimi cinquant’anni, di quanto abbiano fatto tutti i movimenti sindacali, socialisti o comunisti negli ultimi due secoli; ma, sui due lati dell’Atlantico, la fame è vista come un problema degli outsider e degli stranieri; mentre le ali sinistre, in genere, si occupano prevalentemente degli insider indigeni.

Il trumpismo può piacere molto agli insider di ciascun Paese anche sul versante degli imprenditori: la politica industriale del neo-presidente U.S.A. consiste nel difendere le strutture produttive esistenti contro gli outsider provenienti da fuori, ma così facendo finisce necessariamente per difenderle un po’ anche contro gli outsider indigeni. Gli anti-sovranisti di casa nostra devono essere convincenti nello spiegare agli elettori che, invece, tutti stanno meglio se si consente agli outsider più bravi – stranieri o indigeni che siano – di venire in casa nostra a sostituire gli insider meno bravi; e se, beninteso, nel contempo si indennizzano e sostengono i dipendenti di questi ultimi nel passaggio alle imprese migliori, che valorizzeranno meglio il loro lavoro.

Putin

Andiamoci piano anche nel considerare l’avvento di Donald Trump alla Casa Bianca come una iattura per l’Europa. Se il neo-presidente farà davvero quello che dice, cioè preferirà l’amicizia con la Russia di Vladimir Putin a quella con noi intesi come UE, questo ci costringerà finalmente, per non rischiare di avere tra poco i russi in Ucraina e nelle repubbliche baltiche, a darci un dispositivo di difesa europeo sul fronte nord-est; e già che ci siamo anche sul fronte sud-est, dove la situazione non è certo più tranquilla. Il che implica che ci sia un vero ministro della Difesa comune. E quindi anche un vero ministro del Bilancio comune. Potremo continuare a litigare sui decimali di punto di deficit e a star fermi sulle cose che contano soltanto se la maggioranza repubblicana del Congresso di Washington non consentirà a Donald di fare quello che dice di voler fare.

Rischio di una deriva autoritaria negli U.S.A.?  No di certo: il sistema di checks and balances su cui si fonda l’ordinamento statunitense è  sicuramente in grado di bloccare qualsiasi ipotetica tentazione in questo senso del neo-presidente. Il rischio – o la speranza? – è semmai quello di una presidenza che si avviluppa nelle sue stesse contraddizioni, incominciando con quella che contrappone i suoi orientamenti sui temi principali a quelli della maggioranza repubblicana che comanda nei due rami del Parlamento: di un Donald Trump, dunque, che abbaia abbaia, ma non morde, riesce solo a mordicchiare qua e là disordinatamente. L’arte di governare non si improvvisa. A Trump non sarà facile disfare l’eredità lasciata da Obama.

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