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Tsipras: il comunismo post marxista che mette a nudo il re Opinion leader

Firenze –  “Uno spettro si aggira per l’Europa: lo spettro di Tsipras. Tutte le potenze della burocratica Europa si sono coalizzate in una sacra caccia alle streghe contro questo spettro: l’Fmi e la Commissione Europea, Merkel e Katainen, radicali finlandesi e poliziotti tedeschi. È ormai tempo che i syriziani espongano apertamente in faccia a tutto il mondo il loro modo di vedere, i loro fini, le loro tendenze, e che contrappongano alla favola dello spettro di syriza un manifesto contro l’austerità”. Sì, in effetti è una libera interpretazione del Manifesto del Partito Comunista di Carlo Marx e di Friedrich Engels del 1848 ma rende bene, mutatis mutandis, l’impatto che ha avuto la vittoria di Syriza in Grecia nel sistema politico, un po’ anchilosato, della vecchia Europa.

Anni di irrazionale gestione dell’economia europea improntata ai sacri principi dell’austerità hanno fatto crescere ovunque movimenti politici antieuropei e populisti, spesso di stampo nazionalista e anti liberale, ma è la prima volta con Syriza che cresce e si afferma un movimento dichiaratamente di sinistra e decisamente schierato contro i principi del libero mercato e contro le istituzioni europee che li hanno fino ad oggi difesi e diffusi in ogni angolo del continente e in ogni settore dell’economia europea.

Ma al di là dell’avvicinamento all’impatto che ebbe il manifesto del Partito Comunista di Carlo Marx nella vecchia Europa il legame con il comunismo e con l’ideologia marxista del fenomeno Syriza sembra relativamente labile. Syriza infatti non parte da una analisi organica del capitalismo industriale e finanziario di oggi e, dal risultato di questa analisi, non propone una società e una economia alternativa. Il comunismo di Syriza potremmo dire è premarxista o meglio, parlando alla società di oggi, post-marxista. Non parte dall’idea di una nuova organizzazione della società e dell’economia ma parte dal dramma, vissuto qui ed ora, delle masse popolari impoverite e umiliate dalla crisi e dà a queste una prospettiva di dignità più che una alternativa di società.

Se infatti si dovesse, con i parametri del vecchio comunismo organico e strutturalista, valutare le proposte del movimento di Syriza l’esito non potrebbe che essere negativo. “Manca l’analisi e poi non c’ho l’elmetto”, diceva una canzone di Antonello Venditti sul velleitarismo dei rivoluzionari della domenica. Cioè una grande buona volontà, l’idea di una dignità ritrovata per il popolo greco ma nulla di più. Le proposte appaiono velleitarie. Movimentiste e incapaci di portare a compimento una valida azione di Governo. Ma, ecco il ma. Questa analisi, se si fermasse a questo punto, sarebbe inscritta troppo nel vecchio solco della politica del 900. Da una parte il capitalismo e dall’altra il comunismo con due visioni sociali e due modelli di funzionamento dell’economia di fatto alternativi. Poi sappiamo chi ha vinto e sappiamo come e perchè l’esito di quella vittoria ha comportato, in mancanza di una visione critica e riformista da parte dei vincitori, ad esiti non positivi nel mondo sviluppato a causa di un susseguirsi di crisi reali e finanziarie che hanno indebolito, a cominciare dalle basi profonde e consolidate del welfare europeo, il senso di sicurezza e la qualità della vita dei ceti più deboli o più esposti al mercato.

Appunto se l’analisi parte dalla crisi e non si avventura nella proposta organica di modelli alternativi di società, l’entrata in campo di Syriza diventa allora un fenomeno di maggiore interesse e qualità. Non più un movimento comunista, al di là di icone tradizionali e di canti che si richiamano a quella storia e a quella esperienza, ma un movimento popolare che mira a rompere alcuni schemi di riferimento consolidati nel capitalismo finanziario di oggi per rimettere al centro l’interesse e i bisogni del popolo e con esso dei ceti più deboli e toccati dalle ricorrenti crisi.

Si potrebbe dire che con Syriza siamo ad un movimento che non rivendica una alternativa di sistema ma che dentro l’attuale sistema rivendica una diversa soggettività del popolo. Come dire, non mi interessa se rimane o no il capitalismo, non mi interessa quali sono i meccanismi finanziari che legano in maniera indissolubile la finanza globale nei diversi nodi del sistema mondo, non mi interessa come sono dislocati i diversi poteri, economici, politici,finanziari, industriali a livello nazionale, europeo e internazionale, la sola cosa che mi interessa e che difendo “senza se e senza ma” è il popolo, con la sua dignità, la sua soggettività e i suoi bisogni.

Ed in questo la mia forza non sta nell’alternativa che pongo, che rimane appunto velleitaria, appena abbozzata, confusa e un po’ raffazzonata, ma nella soggettività che difendo e rappresento. Ed allora non dovete giudicare se quello che dico è plausibile, se ha la possibilità concreta di essere attuato e se può essere accettato come terreno di discussione dai diversi partner europei e mondiali da cui dipende la martoriata economia e finanza pubblica greca. Ma dovete discutere dei problemi che pongo che sono, alla fine, i problemi di sopravvivenza fisica e culturale di un popolo europeo. Di un popolo ricco di storia, orgoglioso della propria identità e cosciente che, pur ammettendo gli errori compiuti da governanti imbelli e poco scrupolosi che si sono assecondati negli anni alla guida dei governi ellenici, il popolo può essere chiamato a condividere dei sacrifici ma non a sacrificare la propri esistenza in nome di un principio economico che viene vissuto come asettico e privo di razionalità sociale.

Vista sotto questa luce che ci parla di “autonomia” del sociale rispetto ai criteri della razionalità economica il comunismo di Syriza invece di rappresentare un elemento di debolezza e di velleitarismo diventa un elemento di forza e di scompaginamento rispetto alle certezze teutoniche fatte di regole,di standard e di criteri di accettabilità nella gestione della spesa e del ruolo del governo della cosa pubblica nei diversi paesi della comunità europea.

La Grecia con Syriza è certamente un paese poco credibile. Un paese che non ha quasi niente da offrire ai partner europei in termini di risorse economiche e di affidabilità. Ma che mette sul piatto della Bilancia in maniera forte e quasi senza ritorno il problema della insostenibilità delle politiche di rientro dal Debito che hanno rappresentato fino ad oggi il “main stream” della Politica economica europea. La Grecia con Syriza rompe il giocattolo. Con la certezza che con questa rottura si pone nella condizione più scomoda di ultimo della classe, di bocciato senza alcuna possibilità di recupero ma anche di paese che rappresenta e mette a nudo il re. Il re che ha fatto finta fino ad oggi di credere che in Europa si potesse fare una politica di rientro dal Debito senza crescita. Il re che ha fatto finta di credere che la Bce dovesse continuare, in presenza di un forte fenomeno europeo e mondiale di deflazione, a occuparsi quasi esclusivamente e prioritariamente di lotta all’inflazione. Il re che ha continuato a credere di poter governare la crisi mantenendo politiche rigide e comportamenti rigidi nei confronti di un mondo complesso e disarticolato che richiedeva flessibilità e adattamento a territori, sistemi economici e politici di fatto diversificati.

E il tema della insostenibilità per la Grecia (Ma solo della Grecia? A tal proposito diceva E. Hemingway: e allora, non chiedere mai per chi suoni la campana. Essa suona per te) è facilmente apprezzabile da alcuni semplici dati. Se prendiamo il debito sul pil greco che è pari al 175% e poniamo una inflazione del 2% (relativamente alta rispetto alle attuali condizioni), un tasso di interesse sul debito pari al 2,5% (ad oggi inimmaginabile) e una crescita pari all1% per arrivare in 20 anni ad una valore del debito sul pil del 60% occorre un avanzo primario annuale del 5%. Come dire che occorre un avanzo primario annuale che è all’incirca pari ad una spesa sanitaria media di un paese (intorno al 6/6,5%).

E’ del tutto evidente che la sostenibilità del rientro da debito della Grecia, e più in generale dei paesi ad alto valore del debito sul pil, dipende allora:
a) da una più alta e costante crescita economica;
b) da un tasso di inflazione sostenuto al di sopra del 2% all’anno;

c) da un livello dei tassi di interesse non troppo superiore al tasso di inflazione (quindi mediato dall’appartenenza all’euro e non troppo legato alla specificità del paese ad alto debito);
d) dalla lunghezza dei tempi per il rientro al valore giudicato ottimale del 60%.

Questa sostenibilità è di fatto lo scenario che la Grecia proporrà all’Europa una volta abbandonati i venti di guerra contro lo strapotere teutonico e le plutocrazie dominanti. E una volta abbandonato il sogno di una uscita morbida dall’euro (da tempo oramai abbandonata anche nei comizi elettorali da Syriza) e di una uscita irresponsabile dal fardello del debito (il taglio del debito sarebbe un lieve sostegno oggi rispetto ad una tagliola insopportabile domani!).

Su questa piattaforma credibile e valutabile all’interno del palazzo chiuso delle istituzioni europee la forza della disperazione della Grecia potrebbe trovare degli alleati in tutti quei paesi che, come l’Italia, sono coscienti della insostenibilità delle attuali politiche di rientro dal debito proposte dall’Europa. E il comunismo “verbale” di Syriza potrebbe trovare una alleanza di fondo con tutte quelle aree politiche della sinistra riformista europea che si battono contro l’austerità per una nuova, sostenuta e sostenibile, crescita del continente europeo.

E non sarà per niente innaturale l’alleanza fra il movimento popolare di Syriza, teso a rimettere al centro della politica e delle istituzioni europee il popolo con i suoi bisogni e la sua dignità, e i movimenti e partiti della sinistra europea che si battono per un’Europa dei popoli contro l’Europa della finanza e delle lobby che da troppo tempo oramai hanno la meglio nella costruzione materiale e culturale dell’Unione. 

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