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Turandot con il finale di Berio trionfa a Torre del Lago Cultura

Torre Del Lago – Sei anni fa la prima esecuzione alla Scala per l’Expo targato Milano. E ieri sera il battesimo dove tutto è nato, il Gran teatro all’aperto a pochi passi da quella villa dove sono state composte melodie immortali e struggenti che non temono confronti con il tempo che passa e i diversi stili musicali che si susseguono sia nella musica classica che in quella moderna riuscendo ancora a scatenare successo ed emozioni infinite. E’ stato un vero e proprio trionfo la prima di Turandot, sabato 24 luglio, con il finale scritto da Luciano Berio che dopo Tosca la sera precedente ha aperto il 67° Festival Puccini a Torre del Lago.

Cast interamente formato da esordienti nei ruoli principali distintisi però in un’interpretazione bellissima, a tratti anche fortemente emozionante, direzione sicura del maestro John Axelrod che ha ben guidato l’orchestra del Festival  mai così in sintonia con cantanti e direttore, il finale composto dal compositore ligure è considerato dai più un vero e proprio omaggio alla modernità di Puccini. Fino a questo momento  l’Incompiuta a Torre del Lago era stata sempre stata rappresentata con il finale di Franco Alfano. Berio, tra i massimi compositori italiani del XX secolo come del resto lo stesso Alfano, si accinse dopo quasi 80 anni dalla stesura pucciniana a concludere l’opera   lavorando su quei 36 fogli di appunti che Puccini aveva lasciato alla sua morte. A quelle pagine si ispira per cogliere il più possibile le intenzioni musicali del compositore lucchese, sviluppando le parti strumentali naturalmente secondo il suo stile che risente molto del clima musicale dell’avanguardia europea del Novecento (accordi-disaccordi, assonanze-dissonanze sempre però estremamente funzionali al racconto musicale). In tutto sedici minuti di musica, 307 battute di cui 133 prese dagli appunti di Puccini e riorchestrate e 174 da lui composte, che danno anche un senso maggiormente compiuto e umano al finale  dell’opera in cui si risolve lo sgelo di Turandot rispetto alla tradizionale chiusa alfaniana a cui siamo abituati nei teatri di tutto il mondo, ridondante e drammaturgicamente inconcepibile alla luce del supremo sacrificio compiuto da Liù pochi minuti prima perché il suo amore non corrisposto Calaf possa vivere fino in fondo la storia di passione con la principessa di gelo. Non a caso alla fine i due protagonisti si allontanano nel teatro quasi al buio, mano nella mano, e si avviano passando per una porta a vivere la loro nuova vita.

Ivan Magrì , tenore siciliano già abituato ai teatri importanti, è Calaf: la sua è voce bellissima, pulita, senza difetti di intonazione e sicura anche nei registri più alti della parte: dalla scena degli enigmi al mitico “Nessun Dorma” chiuso con una vera e propria ovazione da parte del pubblico. Emanuela Sgarlata è una Liù tenerissima: da brividi il suo “Tu che di gel sei Cinta” e da vedere è come il regista Daniele Abbado, bravissimo anche lui,  ha risolto la scena del suicidio finale. Emily Magee è una Turandot possente, con qualche asperità forse nel timbro dovuta anche qui alla difficile tessitura della parte. Ma le note ci sono, anche se un po’ strillate. Bravi tutti gli altri: in particolare Giulio Mastrototaro (Ping), Marco Miglietta (Pong) e Andrea Giovannini (Pang). Prossime rappresentazioni il 30 luglio, 14 e 20 agosto.

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