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“Ubu Roi”, il capolavoro di Jarry in scena al Cantiere Florida Spettacoli

Precursore del surrealismo, dell’avanguardia, del Teatro dell’assurdo, Alfred Jarry nel 1896 pubblicò e mise in scena un’opera folle in cui un uomo-marionetta si trovava al centro di una commedia tragicomica in cui i temi principali erano il potere e la tirannide. L’invenzione del personaggio di Padre Ubu rese celebre Jarry sin dall’inizio, la sua creazione era un inetto, pilotato da una moglie diabolica e ambiziosa, determinato a conquistare il potere senza scrupoli, ma completamente incapace poi di gestirlo. Un bambino a cui viene regalato un gioco da grandi. In scena il 21 aprile al Teatro Cantiere Florida, per una replica straordinaria dopo il tutto esaurito del 29 febbraio, lo spettacolo “Ubu Roi. Lo studio”, frutto del lavoro laboratoriale condotto dal regista Giacomo Marconi che ha visto coinvolti gli attori della Compagnia Orsa Minore e 20 giovani fiorentini invitati dal gruppo a riflettere insieme sul significato del potere e della sua legittimazione, con lo scopo di riportare sul palcoscenico un testo che, nonostante sia passato più di un secolo, rimane attualissimo: soprusi, brama di denaro, imposizione di tasse, guerre inutili e incapacità di governare.

La prima volta che “Ubu Roi” andò in scena il pubblico era stranito e scandalizzato, soprattutto dal linguaggio un po’ sconcio (Jarry creò il neologismo merdra che era chiaramente un’imprecazione, ma non solo) e da un intreccio dei fatti poco consueto. Jarry non seguì le regole sceniche e drammaturgiche, nell’opera c’erano tantissimi personaggi, alcuni dei quali comparivano solo per qualche istante. Padre Ubu era un fantoccio e un mostro allo stesso tempo e la denuncia verso coloro che usurpavano il trono commettendo massacri di ogni tipo era evidente. Tanto evidente che qualche critico affermò che ormai nel mondo ce ne erano tanti di “Padre Ubu”. Il comportamento del tiranno viene estremizzato da Jarry proprio come anni dopo accadrà nei migliori testi del Teatro dell’assurdo: solo esternando in modo vistoso, grottesco e parodico le miserie delle relazioni umane, solo quando guardandole si rideva forte di fronte alla loro assurdità, solo allora si prendeva realmente coscienza di una situazione politica, sociale e umana insostenibile. E così accade in “Ubu Roi”: i coniugi Ubu uccidono il proprio re per prenderne il trono, sfruttano e martorizzano il popolo, creano disordine e corruzione. L’incapacità di governare, la superficialità e l’ingordigia di Padre Ubu finiscono per rovinarlo perché contro di lui i ribelli non hanno pietà.

Nello studio proposto dalla Compagnia Orsa Minore grande attenzione viene posta sulla coralità delle scene e sulla cura dei due personaggi centrali: Padre Ubu (Lorenzo Carcasci) e Madre Ubu (Marilena Macchia). Tra momenti comici e colorati si dipana la triste vicenda di un popolo ridotto in schiavitù in una realtà socio-politica dove regnano i vizi e le depravazioni più sfrenate, dove di umano rimane molto poco. Anche se posto in forma parodica e umoristica la riflessione sul potere, e sul modo in cui viene esercitato, ancora una volta ci mette di fronte a una Storia che, purtroppo, non è ancora finita. Come in un ciclo chiuso ritorna sempre.

© Foto di Ilaria Costanzo

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