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Umanità in crisi? Vano cercare soluzioni nell’Umanesimo fiorentino Opinion leader

Firenze – Il metodo giornalistico è rintracciabile facilmente nella capacità di attualizzare e ricostruire, di narrare e verificare le conclusioni attraverso testimonianze difficilmente controvertibili. In più c’è una capacità di argomentare tipico di un saggio che affronta personaggi e periodi ben collocati nella pubblicistica accademica.

E’ stata una vera sorpresa ricevere, per antica colleganza  e stima reciproca, un libro che a un primo sguardo potrebbe legittimamente far parte di una collana di testi di studiosi per esempio dell’Istituto di Studi del Rinascimento.

Massimo Vanni, già cronista storico di Firenze per la maggior parte presso il quotidiano la Repubblica, profondo e impietoso osservatore  della politica di Palazzo Vecchio, ha scritto un libro su Coluccio Salutati, per trent’anni cancelliere della Repubblica fiorentina (1375-1406),uno dei più influenti e ascoltati politici del suo tempo e, soprattutto, colui che è considerato il primo rappresentante ufficiale di quel movimento umanistico “che gettò le fondamenta della nuova Europa e che oggi, proprio negli anni che viviamo, appare giunto alla sua fase conclusiva sotto i colpi delle grandi trasformazioni tecnologiche planetarie”.

Già da queste parole tratte dalla premessa del volume “Firenze è la mia patria – Coluccio Salutati e la nascita dell’umanesimo” (Porto Seguro) diventa subito chiaro al lettore ciò che ha spinto l’autore a intraprendere una ricerca non solo leggendo i trattati e le missive  di Coluccio ai grandi del tempo,  ma anche di consultare la saggistica di eminenti studiosi a partire dal maestro di tutti, Eugenio Garin, e le opere di grandi filosofi del Novecento..

Con tutto ciò, il libro non si ferma alla ricostruzione del pensiero del Cancelliere e alla sua collocazione nella storia della civiltà occidentale. Vanni cerca anche di ritrovarne le tracce nel pensiero del Novecento in un ultimo capitolo, nel quale si domanda  se è pensabile un nuovo umanesimo  in “un mondo messo sempre più a rischio dall’uomo stesso”. Non è una domanda astratta, dal momento che esponenti politici a tutti i livelli (e loro intendenze) in Italia e in Europa continuano a parlare della necessità di costruire un nuovo Umanesimo, “ogni qualvolta si voglia offrire un rassicurante orizzonte di senso in grado di garantire all’uomo un ruolo preminente”.

Ecco lo spunto di attualità dal quale l’autore è partito imboccando una via per percorrere la quale ha rispolverato – si immagina con grande soddisfazione considerata anche la scorrevolezza, e anche spesso la piacevolezza. della lettura  –  gli studi filosofici universitari. La risposta all’interrogativo che percorre il saggio, cioè se è possibile rimettere l’uomo al centro in questa prima metà del terzo millennio, purtroppo non la può dare l’inventore dell’Umanesimo, come non l’hanno data altri grandi pensatori del novecento, spesso in contrasto tra loro (Martin Heidegger e Jean-Paul Sartre), qualcuno riuscendo però a porre nettamente i termini della questione (Edmund Husserl, il preferito da Vanni) che invoca un ripensamento critico: “Occorre una nuova idea di scientificità chiamando in causa l’intera storia del pensiero occidentale”, scrive il teorico della fenomenologia.

Il primo umanesimo teorizzato da Coluccio Salutati non è infatti quella felice presa di coscienza dell’uomo, suae quisque fortunae faber, artefice del suo destino,  il frutto compiuto della natura che pensa se stessa e si realizza nella sua razionale attività. Questa la conclusione alla quale giunge l’autore, in contrasto con una certa linea storiografica mainstream. “La cifra  del periodo umanistico è da ricercarsi nella percezione di instabilità causata da profondi e drastici mutamenti. E noi, figli di quelle radici, avvertiamo che le inquietudini che accompagnarono la nascita dell’umanesimo hanno in fondo, molto a che fare con quelle che percepiamo noi oggi, all’alba di un millennio scosso da pandemie e guerre che pensavamo di non vedere più. Un’alba che alimenta il nostro senso di instabilità”, e che rovescia la nostra convinzione, cieca e arrogante, in un progresso inarrestabile.

Seguendo questa ipotesi di lavoro Vanni legge per noi gli scritti di Coluccio, li confronta con le correnti filosofiche medievali, ne mette in evidenza i mutamenti decisamente rivoluzionari , così come i ripensamenti, le prese di posizione spesso dettate più da realismo e pragmatismo politico che da un solido impianto teorico. “Fin dalla sua genesi  sorgono gli interrogativi sul tragico destino dell’uomo, le inquietudini  che accompagnano la vita associata” e ancora: “Non c’è nessuna certezza di conseguire ciò che l’uomo si propone”.

Certo “l’uomo più eminente del nostro tempo” nella definizione del suo allievo Leonardo Bruni ha costruito “un monumento alla fede nell’uomo che ci parla ancora oggi”. Tuttavia il suo contributo all’uomo contemporaneo è soprattutto morale, un appello a riprendere in mano con coraggio il suo destino che ha sempre più alienato in un ambiente avviato alla distruzione e dominato dalle tecnoscienze.

Non è dunque il messaggio umanista della centralità dell’uomo che secondo l’autore può essere invocato quando “il nostro rapporto con gli altri e con il mondo è ormai interamente mediato dalla tecnica”. Il richiamarsi ad esso è il sintomo della ricerca di senso in un sistema di pensiero e valori che poi non è quello esaltato da una lunga tradizione storiografica: “Il rapporto tra umano e non-umano deve giocoforza  essere reimpostato, abbandonando l’idea gerarchica e oppositiva tra mente e corpo, tra soggetto e oggetto, tra uomo e natura”.

Piuttosto che attaccarsi a radicati stereotipi, l’uomo (occidentale) di oggi dovrebbe invece mettere a fuoco nuovi paradigmi per poter pensare a un futuro pacificato con se stesso e con la natura.

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