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Umberto Cecchi racconta: Gelli, l’uomo dei misteri, visto da vicino Cronaca, Opinion leader

Prato – Licio  Gelli?…”Io lo conoscevo bene”. Raramente titolo di film fu più indovinato (da”Io la conoscevo bene ” del regista Pietrangeli) per ricordare con il giornalista Umberto Cecchi ricorda  la discussa personalità del Gran Maestro Licio Gelli a pochi giorni dalla scomparsa, e di come, da giovane inviato, gli fu presentato la prima volta dal direttore  della Nazione di Arezzo Carlo Dissennati a Villa Wanda.

Un incontro a cui seguirono altri, in una dimora che Cecchi paragona “a un piccolo Vittoriale” ovvero “un luogo in cui c’era lo Stato con le foto, c’erano i regali di importanti uomini di potere, opere d’arte di gran valore, come degli enormi argenti sbalzati,cineserie, quadri, ma anche pezzi kitsch  ognuno con una storia affascinante che lo stesso Gelli amava raccontare all’amico giornalista. E poi  lo studio del Gran Maestro “con i telefoni, e  la sala da pranzo con il grande tavolo e  i segnaposti  in argento cesellato a forma di angeli, tra cui uno con inciso sopra il  nome Umberto”, oggi conservato tra i ricordi nella sua  casa.

“Con Liceo Gelli muore l’uomo dei misteri”, spiega Cecchi, “e lui di misteri ne conosceva tanti”. E racconta la  storia dell’oro della Jugoslavia dei nazisti improvvisamente sparito nel ’43. Tutti dicevano che la scomparsa era opera di Gelli che l’aveva nascosto, e lui stesso parlandogliene  gli  avrebbe rivelato che “quella era sì una favola, ma poi, dopo un breve silenzio, gli avrebbe detto anche “che lui credeva alle favole”.

Come Andreotti, Licio Gelli teneva un diario quotidiano dove annotava di tutto, e così ha accumulato negli anni  “un’enorme mole  di carte e documenti in buona parte  donati all’Archivio di Pistoia, altri tenuti con sé nella sua casa ad Arezzo”, dove – racconta Cecchi – “ho  potuto leggere la vicenda Gladio, con i suoi protagonisti e scoprire, ormai è cosa nota, che uno dei personaggi chiave dell’organizzazione paramilitare per impedire un colpo di Stato o un’invasione comunista, fu senza dubbio Francesco Cossiga.”

Rammenta anche che “era amatissimo in Sud America e in special modo in Argentina, perché fu uno dei protagonisti del rientro in patria di Juan Domingo Peron, con la nuova moglie Isabelita insieme al  cadavere di Evita, alcuni noti  peronisti, riuscendo, così, a stringere interessanti  contatti d’affari con il mercato e le grandi lobby industriali  argentine, facendo però, uno sgarbo a un amico ( Elia Valori) con cui aveva condiviso le  importanti amicizie e  il viaggio sull’aereo da Madrid a Buenos Aires.”

“Uomo affabile, discreto”, ricorda Umberto: “Mai uscì  dalla sua bocca una accusa specifica nei confronti di qualcuno”, piuttosto giudizi spassionati con ironia tutta toscana: “Quel Tizio  ha fatto molto, ma capisce poco, oppure Caio non è un genio, ma ha molta fortuna” e  “tutta Italia ha detto di Gelli”  che era un “mestatore per la sua capacità di intessere relazioni”.

E’ stato senza alcun dubbio, uno degli uomini italiani più discussi dal dopoguerra ad oggi e “con lui si chiude un pezzo di storia  piena di misteri e personaggi altrettanto oscuri che però non sempre facevano capo a Gelli”, anche se il  suo nome viene fuori nelle  più importanti inchieste giudiziarie degli ultimi anni: dal tentato golpe Borghese, al crac Sindona, al caso Calvi (tanto per citarne alcuni) “dove due ex pidduisti”, ricorda Cecchi, riuscirono a far avere al banchiere italiano un passaporto per l’espatrio, con cui  si recò a Londra dove fu poi ritrovato impiccato sotto il ponte dei Frati Neri sul Tamigi.

Sulla  strage alla stazione di Bologna ricorda che Gelli gli confidò che era “un’inchiesta guidata male fin dall’inizio”. Sempre in viaggio tra l’Italia, la Spagna, il Sud America, un giorno a chi gli chiese perché non si fosse trasferito definitivamente oltre confine, Umberto Cecchi rammenta ancora la candida risposta del Venerabile ” mi piaceva Arezzo”!

Foto: Umberto Cecchi con Licio Gelli

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