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Un capolavoro restaurato: la Madonna di Citerna Cultura

Ripulita di ben tre stesure di materia pittorica, che ne deformavano fin l’espressione, la Madonna di Citerna, attribuita a Donatello giovane (1415-1420), è ora esposta al pubblico nel museo dell’Opificio delle Pietre dure, e vi resterà fino a tutto luglio per poi ritornare nella chiesa di S. Francesco di Citerna, in Umbria. Il gruppo scultoreo in terracotta, alto 114 cm, e peso 58 kg, rappresenta una deliziosa Madonna con Bambino, entrambi con chiome dorate, vestita di una tunica rossa da cui spunta il piede sinistro, e drappeggiata in un panno su cui adesso spiccano vividi ricami floreali. Il modellato del Figlio che le si attacca al collo, aveva perduto una massiccia parte del fianco sinistro che è stata recuperata, e lasciata di una tonalità appena più chiara delle resto del paffuto corpicino “dell’erculeo e fiero bimbo arrampicatore”. Durante la presentazione dei risultati del restauro, eseguito dal settore Materiali ceramici e Plastici, i soprintendente Cristina Acidini e Marco Ciatti, hanno dato il loro pieno apprezzamento alla squadra di storici ed esperti scientifici ed hanno fatto rimarcare che il restauro è sempre anche un “fare cultura”.  L’attribuzione a Donatello sembra essere suffragata e ormai accettata. Il che fa pensare a quanta energia, quanto impegno e denaro vanno profusi nella preservazione del nostro immenso patrimonio, sia esso firmato da mano illustre oppure attribuito a scuole o ancora manufatto minore. 
Le recenti e violente scosse di terremoto che hanno buttato giù, oltre alle civili abitazioni, anche vetusti campanili e altrettanto annose chiese, mettono in crisi tante belle teorie sulla necessità del restauro o almeno sulle priorità da dare a questo tipo di manutenzione. Una volta riportate “all’originale splendore” parecchie pur pregevoli opere d’arte rischiano di deperire definitivamente per l’incuria degli edifici in cui sono collocate. Non vogliamo alludere alla chiesa di Citerna, a cui auguriamo lunga vita, invece insistere sul senso del “fare cultura” insito nel recupero e nel restauro dell’antico. Una cultura che va tramandata con scritti e immagini, affidate alla tecnologia per creare un archivio digitale che almeno finché tali marchingegni non diventeranno obsoleti, ci daranno l’illusione dell’eternità delle capacità creative dell’uomo. E ci offriranno modelli per imitare e – forse – perpetuare tali capacità.

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