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Un grande intellettuale reporter sulle strade della Palestina Opinion leader

Firenze – Al gabinetto Vieusseux è stato presentato il volume “Francesco Papafava – Scritti e interviste 2000-2013” (Una città editore) a cura di Giovanna Dolcetti e la redazione di “Una città”. Sono intervenuti Alfredo De Girolamo, Wlodek Goldkorn, Piero Meucci e Angelo Tonnellato. Pubblichiamo l’intervento di Alfredo De Girolamo. 

Joseph Pulitzer uno dei più grandi giornalisti ed editori della storia amava ripetere: “Un’opinione pubblica bene informata è la nostra corte suprema. Perché a essa ci si può sempre appellare contro le pubbliche ingiustizie, la corruzione, l’indifferenza popolare o gli errori del governo; una stampa onesta è lo strumento di un simile appello”.

Una stampa di qualità è quindi motivata, in primis, dal senso civico, modulata sulla distinzione tra cattivi e buoni esempi, che non si lascia accecare dal gusto per l’oscenità ma che sia semplicemente severa e rigorosa. Altrimenti scrittore e lettore finiranno per essere uno spazio di esposizione commerciale della propaganda: populista, mercenaria, cinica.

L’informazione, anche quella più di nicchia, ha nel suo DNA genetico il potere di plasmare il futuro e rileggere il passato. Lo storico è giornalista per natura, e il secondo è storico per lavoro. Lo storico-giornalista deve accortamente raccontare inducendo a riflettere sulla società e sulle dinamiche che la spingono in una direzione o nell’altra. Promuovendo una conoscenza collettiva superiore, da condividere in modo libero.

Per questa ragione fare informazione richiede soprattutto coraggio intellettuale, capacità di ascolto e analisi. Il bravo scrittore, e maestro, è colui che con equilibrio e autonomia, senza cadere in logiche di condizionamento interno ed esterno, offre al pubblico una lettura della realtà che vada oltre la notizia fine a se stessa. Ma che entri prepotentemente nel corpo della notizia facendola diventare materia di opinione pubblica.

Francesco Papafava in questo è stato un ottimo maestro.

Quando il caro amico Piero Meucci mi ha chiesto di commentare gli scritti raccolti nel libro che Giovanna Dolcetti mi aveva inviato in dono è stato per me un gran piacere andare a rileggere con altri occhi e attenzione molte cose che avevo già letto in passato. (Ci siamo conosciuti nel 1995 lui consigliere provinciale eletto indipendente nelle liste del PDS, io giovane funzionario responsabile dell’organizzazione del PDS toscano)

La raccolta comprende interviste e conversazioni che sono un patrimonio culturale, sociale e politico. E allo stesso tempo sono una biografia in presa diretta dello stesso autore, della sua passione per il viaggio, che un suo fraterno amico in un sentito ricordo motiverà come: “luogo preposto a una nuova imprevedibile conoscenza, a una scoperta”. Papafava è stato un “vero pellegrino laico”, intraprendendo con dedizione questa particolare vocazione del riportare voci lontane. Un intellettuale profondo, che si è dedicato con successo al reportage d’inchiesta in luoghi tormentati: dai Balcani alla Terra Santa. Scorrendo dalla disintegrazione della Jugoslavia, avvenuta non per via democratica ma con guerre e violenze inaudite, all’eterno conflitto israelopalestinese, di cui anch’io nel mio piccolo sono un coinvolto osservatore.

Una vicenda storica, quest’ultima, nella quale intravedeva tutte le contraddizioni e le debolezze della geopolitica internazionale e anche della religione. Balcani e Medioriente, due scenari così diversi, per certi versi periferia e prossimità della nostra società e per altri, due tragedie infinitamente distanti. Mondi come disse Papafava da raccontare senza presunzione di infallibilità: “vado sui luoghi, guardo, interrogo, leggo, confronto e poi, quando me ne danno l’occasione, lo racconto, astenendomi il più possibile dal giudicare, lasciando a chi mi ascolta l’onere di aggiungerlo alle altre notizie e di tenerne, o no, conto”.

Stefano Majnoni dell’interesse di Papafava per la questione israelo-palestinese scrive: “coltivò un profondo interesse per la storia d’Israele e della Palestina. Prese coscienza “dal vivo” della situazione locale recandosi nelle “enclaves” palestinesi e stabilì contatti di reciproca stima con alcuni dei più importanti storici di Israele. Si confrontò soprattutto con quelli che, come lui animati da spirito di pace, cercavano nel passato e nell’attualità segni che potessero dare qualche speranza di intesa tra le parti avverse”.

L’obiettivo, non certo recondito, di Papafava è stato smuovere con intelligenza comunicativa l’opinione pubblica, forte di una onestà intellettuale che l’odierna industria giornalistica ha in parte smarrito o dimenticato. Nei suoi scritti c’è un tratto continuativo, una sottile linea rossa, è la ricerca dei mutamenti della storia e dei suoi effetti, troppo spesso negativi, sul bene comune. Le pagine di Papafava restano come quelle foglie sull’albero che nemmeno i venti autunnali fanno cadere, possono mutare di colore col passare del tempo e il cambiare della luce, lasciano scivolare l’acqua dei temporali ma non cambiano forma e relazione con i rami dell’albero del sapere.

Nel mondo in cui viviamo è preponderante la tendenza, e la convinzione, che non ci sia spazio all’integrazione e al dialogo costruttivo, alla conoscenza dell’altro, alle ragioni e al rispetto reciproco. Prevale una logica narrativa di superiorità su tutto, istigata dall’ideologia qualunquista e settaria. Un buco nero che finisce per mutilare i diritti umani.

Ecco Papafava e i suoi scritti sono diametralmente all’opposto di questa deriva della contrapposizione, del fondamentalismo e del fascismo in tutte le sue esperienze. Commentando il primo conflitto arabo-israeliano in un articolo scrive, “Non mancarono atti di ferocia gratuita, esecuzioni sommarie, vandalismi e razzie. Non c’è da meravigliarsi: la guerra incanaglisce, conseguenza a cui nessun esercito sfugge”.

È il manifesto del pacifismo a cui Papafava rimanda, un pilastro morale da trasmettere alle future generazioni. Basta scorrere gli articoli usciti su “Una Città” intorno allo scenario israelopalestinese, non serve seguire l’ordine cronologico, i contenuti sono frammenti di una realtà difronte a cui rischiamo di sentirci impotenti: “Indignarsi oppure documentare?” Si interroga Papafava. In un contesto alimentato dagli estremismi, contraddistinto da una catena di violenza, dove il prezzo lo pagano due popoli.

“Eppure il Medio Oriente potrebbe rifiorire …” è il dilemma della lunga intervista di Francesco Papafava a Ruth Dayan, moglie del generale Moshe, alla vigilia dell’ascesa di Ariel Sharon sulla scena politica israeliana: “Nessuno ministro aveva mai offerto prima ciò che ha offerto Barak a Camp David. Era un’occasione. Perchè non coglierla? Poi, certo, io avrei agito diversamente, avrei concesso loro uno Stato tanto tempo fa e loro ne avrebbero fatto ciò che ritenevano”. Una donna quasi centenaria, una “madre e moglie della patria”, che con chiarezza manifestava le proprie idee, trasformandole in memoria collettiva: “Io sono solita dire che rispetto al comunismo russo il nostro fu esattamente l’opposto perchè qui furono gli intellettuali a costruire il kibbutz”. Il canto del cigno di una generazione di pionieri e il brusco risveglio di una utopia sionista che andava perdendosi con la scelta di continuare l’occupazione di un altro popolo: “Mia madre è morta cinque anni fa e mio padre sette anni fa, ed erano ancora socialisti convinti”.

La fine di un’epoca, una nuova società israeliana era alle porte, non aveva bisogno di bussare per entrare: le “stelle” di Arafat e Rabin erano tramontate tragicamente. Il dilemma di una terra senza pace si riproponeva con nuovi attori sulla scena. Purtroppo, le condizioni dei palestinesi stagnano in un limbo, tra Purgatorio ed Inferno. In “Hanno sradicato gli ulivi” un colloquio con il giornalista israeliano Joseph Algazy, è evidenziata la questione di Gerusalemme, con una prospettiva concreta di pace e dialogo. Algazy, intervistato da Papafava, rompe gli schemi precostituiti che fomentano il conflitto dichiarando, “non c’è altra soluzione all’internalizzazione: la Gerusalemme israeliana resta israeliana, la parte palestinese diventa palestinese, e per i luoghi santi si trovi uno statuto internazionale che permetta alle persone di ogni parte del mondo di accedervi. E non mi disturba affatto che per garantire la sicurezza ci siano truppe dell’Onu”. Sono pochi coloro che in quella regione tutt’ora sono disposti a fare l’unica cosa che andrebbe fatta, un piccolo passo indietro, affrontare in modo serio il merito delle tante risoluzioni internazionali che hanno visto impegnata l’Assemblea delle Nazioni Unite in lunghe ed agguerrite sessioni e capire cosa vuol dire vivere da palestinese: “Se io fossi al posto di quei palestinesi che vivono in miseria e tutti i giorni hanno sotto gli occhi quei coloni, li odierei a tal punto da fare cose che oggi dico che non bisogna fare”.

Guardare negli occhi la sofferenza palestinese e non nascondere le colpe, da una parte e dall’altra del muro, è l’ovvietà per poter costruire un giorno la pace: “Non – posso – abituarmi a quello che hanno fatto e fanno i governi israeliani, non diventare indifferente al male che viene fatto agli ebrei o agli arabi. Senza questo si diventerebbe bestie, indifferenti appunto”. Algazy non mente a Papafava, avvertendo e ammonendo delle paure di una persona di sinistra in una Israele che sempre di più ha imboccato la strada “sbagliata” di Netanyahu e del nazionalismo. A riguardo Papafava in una lettera a Norberto Bobbio, del 1999, dice: “io penso che il destino dei palestinesi di essere succubi per generazioni ancora è ormai segnato”. La fredda verità, un vaso di Pandora con vincitori e vinti senza soluzione di pace.

Mi accingo a concludere con un breve stralcio di uno dei suoi ultimi articoli apparsi sul portale del quotidiano online Stamptoscana: “Dovrebbe stupire che Israele, Stato moderno fra i più organizzati, paese che da decenni eccelle nel mondo per le realizzazioni nell’high-tech, patria di cervelli eccezionali, non abbia compreso la necessità geografica di escogitare una politica di rapporti distesi col mondo arabo soverchiante, piuttosto che confidare esclusivamente nella forza delle armi e nell’ombrello politico, finanziario e militare americano, probabilmente non più a lungo incondizionato”.

Ovviamente non solo Papafava, ma penso nessuno, nel lontano 2013 avrebbe solo immaginato l’ascesa di Donald Trump. E che Netanyahu in un valzer di relazioni internazionali spostasse l’asse diplomatico israeliano in linea con Putin e la Russia, aprendo alla Turchia e agli emiri arabi, chiudendo un’epoca storica, che come appuntava Papafava, era “sclerotizzata dagli anni del confronto USA/URSS e dal seguente decennio di egemonia mondiale degli Stati Uniti”. Indiscutibile il suo ragionamento, in cui si attesta il riconoscimento d’una realtà politica inamovibile: “Presumere sia possibile realizzare in quella terra ‘due Stati per due popoli’ è semplicemente chimerico e meraviglia che la diplomazia degli Stati Uniti faccia mostra di crederci ancora”. Barack Obama forse è stato l’ultimo politico-presidente sognatore, al momento le speranze sono melanconicamente riposte in Trump. Immagino il disdegno profondo di Papafava difronte a questa triste pagina odierna.

Salutandovi rendo grazie alla memoria di una “persona della strada”, come lui amava definirsi, un uomo che ha saputo intraprendere un cammino scrupoloso per una società migliore e che oggi ci ha portato qui insieme.

 

Foto: Francesco Papafava

 

 

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