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Un insolito ritratto di una direttrice d’orchestra Cinema, Spettacoli

Tra i tanti, assolutamente da non perdere, mercoledì, 5 dicembre, alle 18, è “Johanna Knauf direttrice d’orchestra: music to the people!”, l’ultima fatica di Silvia Lelli, ricercatrice e docente di Antropologia all’Università di Firenze e fondatrice dell’Associazione “Documentaristi Anonimi”. In questo documentario è rappresentato il lavoro e il metodo  di una delle pochissime donne-direttrici d’orchestra al mondo. Ma cosa succede quando una donna fonda e dirige un’orchestra? “Il suo metodo- spiega Silvia Lelli- fonde musica, istinto e socializzazione, si dice che lei sia una maga che fa cantare ‘anche i sassi’. Quel che è certo è che fa lavorare assieme centinaia di dilettanti e di professionisti fino ad eseguire le più grandi opere nei luoghi più importanti della città di Firenze”.

Johanna Knauf, nata in un piccolo paese nella campagna tedesca, diplomata al Liceo Musicale di Monaco, perfezionata tra Austria e Italia, fonda un coro e un’orchestra a Settignano, in Toscana. Il suo lavoro è la  storia  dell’inclusione  di  centinaia  di  persone,  diverse  per  provenienza,  classe  sociale,  idee, preparazione musicale, in un unico grande ensemble classico, il “Coro e Orchestra Desiderio da Settignano”.  Composto da backstage, interviste e brani di concerti filmati dal 2004 al 2012, il documentario racconta come Johanna Knauf intende, vive e fa musica e come questa operazione, al pari della musica stessa, si componga della coniugazione di contrasti. “Infatti Johanna Knauf- puntualizza Silvia Lelli- fonde i metodi di apprendimento della musica popolare con quelli della musica classica, ‘armonizza’ rigore tecnico e libera emozione, produce ‘accordi’ sociali fra professionisti e amatori, ‘democratizza’ la musica colta facendola eseguire al popolo, non  solo come  ascoltatore  ma  come  interprete,  esecutore  attivo e porta  la  musica  nelle  piazze pubbliche, tra migliaia di persone, fuori dalla competizione tecnicista dei Conservatori”.
“I partecipanti- sottolinea, poi, Silvia Lelli- ritengono che questa pratica costante di armonizzazione dei contrasti e delle diversità non produca semplicemente musica ma anche un benessere più profondo. Ritengono che  questa forma di  libera
cooperazione crei qualcosa, chiamato ‘atmosfera’, un effetto che va oltre i contesti musicali e diffonde un’altra arte, quella di imparare a collaborare”.

Il documentario in-segue questi stati, condizioni di difficile definizione, rivelando l’intreccio tra emozioni, tecniche e fatti sociali. Lo spettatore si trova dalla parte del musicista, immerso in una trasversalità intersensoriale visiva, uditiva, percettiva.   Silvia Lelli, che fa parte del “Coro e Orchestra Desiderio da Settignano”, nel documentario, usa un linguaggio etnografico, calato nei contesti e nel fare, nelle attività del gruppo, senza estetismi, senza manipolazioni, né tecniche e restituisce questo mondo semplicemente dal punto di vista degli interpreti, attraverso le pratiche reali che costruiscono questa impresa artistica e sociale, “impresa tipicamente femminile- come precisa Silvia Lelli- nella sua capacità di coniugare contrasti, lavorare contemporaneamente su piani diversi e condurre la musica classica in spazi nuovi”.
“Il risultato del mio lavoro- afferma la regista- vuole essere interdisciplinare, esplicativo ma non didascalico, appassionante ma non immaginario e si propone di approfondire la riflessione, oltre che sulla complessità delle interazioni umane nell’arte, sull’intersezione tra musica e genere, sull’innovazione che le donne apportano al ‘patrimonio’ culturale quando riescono a raggiungere una posizione di leadership, ma fuori dallo schema, dalla modalità e dalla struttura prevista”.

“Il documentario di Silvia Lelli- commentano, poi, Paola Paoli e Maresa D’Arcangelo, le ideatrici e organizzatrici del Festival Cinema e Donne – suscita tante domande: come mai la musica classica è ancora prevalentemente diretta da uomini, come quasi tutte le  arti?  È  ‘maschile’  la  forza  con  cui  Johanna  lavora?  Sono  qualità  ‘femminili’  saper  coniugare  e accogliere opposti, contraddizioni, forza e delicatezza? Dirigere è un mestiere ‘da uomini’? Possono ‘le donne’ superare l’invisibile ‘soffitto di cristallo’ che le tiene ‘ai loro posti’ e perseguire carriere tuttora concepite e strutturate come ‘maschili’? O può farlo solo una, qualche donna…?”.

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