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Un lockdown duro ma non per tutti Opinion leader

Firenze – Lockdown duro ma non per tutti. Saranno state le immagini di Matteo Renzi nel paddok del Gp del Bahrein di Formula uno, sarà stata la polemica sui viaggi per turismo, praticamente vietati in casa ma consentiti verso l’estero, fatto è che il ministro Speranza ha cercato di mettere una pezza alle polemiche montanti.

Fino al 6 aprile al ritorno dai viaggi per turismo dall’Europa non basterà solo il tampone pre-arrivo ma bisognerà fare una quarantena di 5 giorni (avete capito bene, cinque-giorni-cinque!) e poi un secondo tampone. Ma la toppa nulla toglie alla questione. Anzi, va a colpire quanti, del tutto legittimamente, avevano prenotato il proprio viaggio pasquale a Stoccolma o alle Canarie e si vedono all’improvviso appioppare una “penalità” di cinque giorni di “stop and go”. Come dire: non possiamo impedirvi di partire ma qualche ostacolo ora proviamo a metterlo. E pensarci prima no? No. Non appare come uno Stato affidabile quello che dalla mattina alla sera, incalzato dalle polemiche e messo in crisi sulle incongruità macroscopiche, cambia repentinamente le carte in tavola. Senza, per la verità, neppure cambiarle nella sostanza che rimane lì con tutta la sua polpa indigesta.

Le disuguaglianze scavano un profondo solco fra chi le restrizioni del lockdown è costretto a subirle e chi invece può tranquillamente e legalmente evitarle. Da mesi, con l’incalzare dell’emergenza, gli italiani si trovano chiusi nei loro comuni. Spostamenti vietati, proibito andare da regione a regione. Cancellata perfino la zona gialla. Ad ogni dpcm che scade ce n’è subito pronto un altro a prorogare i divieti. “Ancora un ultimo sforzo” ci sentiamo ripetere come un mantra ad ogni tornata. Da prima di Natale siamo arrivati a gennaio e poi con le varianti a marzo e poi ancora a tutto aprile. Da scommetterci che il Primo Maggio sarà blindato.

La pandemia, è vero, non dà tregua. I contagi continuano a far paura, gli ospedali sono in affanno e i morti sono ancora insopportabilmente troppi. Il problema  nasce quando il lockdown non è proprio per tutti. Avete seconde case? Ebbene, per voi le restrizioni non valgono e lo spostamento è consentito. Così se la vostra seconda casa è al mare o in montagna, che la zona sia arancione o rossa poco importa. Tutta la famiglia può montare in auto e raggiungere l’agognata meta. Magari partendo dalla Sicilia per raggiungere il Trentino o il Friuli Venezia Giulia. Questo sempreché la regione di destinazione (come accade in qualche caso) non neghi ciò che lo Stato permette. Ponendo anche qualche problemino di legittimità. Ma la Costituzione italiana non vieta alle regioni la possibilità di limitare la circolazione dei cittadini? Ma non esiste ancora quell’articolino costituzionale che sancisce l’uguaglianza dei cittadini? Dubbi che con il passare del tempo aumentano.

Torniamo però al nostro tema. Lasciamo da parte gli spostamenti verso le seconde case e riandiamo ai viaggi di piacere. Le limitazioni in patria non valgono per chi decide di andare in vacanza all’estero. Già, proprio così. Mentre le norme proibiscono gli spostamenti da comune a comune, da regione a regione, consentono invece i viaggi per turismo alle Canarie come alle Azzorre, in Francia come in Svezia.. Con tanto, ovviamente, di spostamento consentito anche fra zone rosse per raggiungere l’aeroporto o porto di partenza. Perché non posso andare da Firenze a Siena e posso invece imbarcarmi su un aereo per Palma de Maiorca? Perché posso andare in un albergo spagnolo o francese, portoghese o svedese e non posso invece fare la stessa cosa andando in un hotel di Palermo o Trieste? Qual è la ratio? Qual è la logica? Forse che il rischio di contagio è minore seduto a sorseggiare un aperitivo in un bar di Ibiza?

La sensazione sgradevole è quella di trovarsi immersi in una colossale candid camera. Reclusione per tanti, libertà per chi può. E’ questo che stride. E’ questo che ci fa sentire su Scherzi a parte. Se la cosa non fosse tremendamente seria. Mentre Stato e regioni annaspano fra i vaccini che ritardano e l’incapacità di controllare gli assembramenti (questi sì pericolosi), i cittadini continuano a pagare pesantemente. Scuole, cinema, teatri costretti a chiudere non perché scientificamente luoghi altamente rischiosi ma perché non si è in grado di gestire trasporti e flussi esterni.

Anziché spingere al massimo sui vaccini agli anziani e alle categorie fragili, puntare senza indugio sulla medicina territoriale e controllare in modo ferreo il rispetto del distanziamento si è scelta la strada infinita delle chiusure a oltranza. Il che non significa negare la drammaticità della situazione. Ma come è possibile negare lo spostamento da Firenze a Fiesole e poi permettere di andare nelle seconde case sparse nella penisola e anche in vacanza nei mari spagnoli o portoghesi? Come è possibile chiudere bar e ristoranti, cinema e teatri, impedire di fatto agli alberghi di aprire quando viene invece permesso spendere i nostri soldi  in quei ristoranti e hotel europei che al contrario in alcuni Stati vicini sono tutti aperti, seppur con le regole del distanziamento e coprifuoco?

Qualcosa non torna. E non serve mettere toppe che si rivelano poi peggio del buco. Sarebbe forse meglio ritornare alla nostra Costituzione e ristabilire alcuni di quei principi fondamentali ormai troppo a lungo accantonati. A cominciare da quel principio di uguaglianza sancito dall’articolo 3, fino al divieto espresso per le regioni (art.120). “di  adottare provvedimenti che ostacolino in qualsiasi modo la libera circolazione delle persone e delle cose tra le Regioni” nonché “di limitare l’esercizio del diritto al lavoro in qualunque parte del territorio nazionale”. E in questo caso non è prevista nessuna riserva di legge ad autorizzarlo. E’ vietato e basta. E i provvedimenti più restrittivi concessi dai vari decreti legge alle regioni non potrebbero essere estesi, secondo il dettato costituzionale, alla circolazione fra le regioni.

E’ forse ora che lo Stato faccia lo Stato, e non solo a parole, imponendo ai presidenti (non governatori) regionali di uniformarsi alle norme d’emergenza dettate a livello nazionale. Che si tratti di vaccini o di spostamenti. Se il governo dà il via libera al raggiungimento delle seconde case non ci si arrampichi poi sugli specchi per limitare (con seri dubbi di legittimità) la circolazione. E se poi nell’Unione Europea i confini sono aperti, che siano aperti per tutti e con le stesse regole in modo da non danneggiare ristoratori e albergatori italiani o tedeschi per favorire quelli spagnoli o portoghesi. Dopo un anno di pandemia si dovrebbe cominciare a parlare non più di emergenza ma di come con-vivere con il dramma. E’ qui la vera sfida.

 

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