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Un nuovo centrosinistra: ecco la missione comune di Bersani e Renzi Opinion leader

Insomma c'è un vincitore effettivo, Pierluigi Bersani, ed un vincitore morale che è Matteo Renzi. Chi ha perso, e in maniera sonora, sono tutti quegli esponenti di partito che si sono opposti, fino alla fine e con dovizia di cavilli statutari, allo svolgimento delle primarie. E che sono senza dubbio gli ispiratori politici di quel regolamento “escludente” che non ha consentito a queste primarie di raggiungere una adesione record sia per numero di partecipanti sia per lo spettro politico culturale di quanti si sono recati alle urne o ne sono stati tenuti lontani al secondo turno.

Queste primarie, forse le prime vere primarie del centrosinistra dalla fondazione del PD od oggi, sono state molto seguite. Lo si è visto dal successo dei due faccia a faccia televisivi sia di Sky che della Rai. E lo si è visto dal seguito incessante e interessato dei mass media che non hanno perso giorno per tenere informati i cittadini sul dibattito e sulle iniziative elettorali dei contendenti che hanno toccato il paese in lungo e in largo. E' stata davvero una bella competizione. Il popolo di centrosinistra ha seguito in maniera appassionata e con rinnovato impegno. Un impegno che era da tanti anni che non si vedeva così intenso e così diffuso sia fra i militanti sia fra cittadini meno adusi alla partecipazione politica diretta.

Ed è un peccato che a fronte di questa mobilitazione si sia scelta, da parte del gruppo dirigente del PD e di SEL, la logica del “filtraggio preventivo” e quindi dei “respingimenti”, nel secondo turno, per evitare il pericolo di infiltrazioni di elettori di centrodestra nelle primarie.  Ed è un peccato non tanto legato ad un dibattito giuridico in senso stretto sulle regole, che pure si può fare, ma piuttosto connesso alla politica e all'idea di PD che si vuol costruire nel prossimo futuro. 

Per quanto riguarda la discussione giuridica non c'è molto da dire. Nonostante i soloni come Berlinguer e Rodotà abbiano tentato in tutti i modi, e con la loro reale autorevolezza, di convincere l'opinione pubblica della giustezza di queste regole, tutto è apparso molto discutibile. La modalità di selezione del popolo delle primarie andava certamente fatta. Ma l'attenzione, un po' maniacale, a rendere tutto un po' difficile ed ostico non tanto per i militanti quanto per la popolazione normale non può essere accettata. Come ha lasciato del tutto insoddisfatti l'idea di blindare gli elettori del secondo turno quasi esclusivamente a quelli che si sono registrati al primo turno. E con quale principio? E allora perchè si è fatto un nuovo faccia a faccia nella TV guida del paese, Rai 1? Per convincere chi? Chi aveva già votato e basta e non i milioni di persone ancora interessabili ma che non erano andate al primo turno? In Francia la differenza fra i votanti al primo turno e quelli al ballottaggio è stata di oltre 500 mila elettori e nessuno ha gridato allo scandalo. Nessuno si è sentito, per questo, invaso dai “barbari”, Insomma un pasticcio regolamentare tutto teso a selezionare i votanti fra i militanti e non fra l'opinione pubblica. Ed infatti il risultato, se si esclude la Toscana, l'Emilia e l'Umbria, è stato così. Non si è riusciti a allargare al voto il popolo di centrosinistra non militante e ci si è accontentati di una partecipazione che, non solo al Sud, è stata di molto inferiore alle aspettative (e più che altro alle reali potenzialità).

Ma il tema non riguarda le regole, riguarda la politica. In queste primarie si sono confrontati, con Bersani e con Renzi, non solo due visioni della società italiana e delle proposte per superare la crisi, ma si sono anche contrapposte due idee di PD.
Nel caso di Bersani, ma molto più accentuata in quello di molti suoi sostenitori fra i militanti e i gruppi dirigenti locali e nazionali, ha prevalso l'idea di un PD che è, e forse è bene che rimanga, nel solco della cultura dei due partiti fondatori: il Pci e la DC. Certo a parole, nella retorica politica, tutti parlano di innovazione, di contaminare le culture novecentesche della sinistra con nuove culture civiche, libertarie e liberaldemocratiche ma poi nei fatti ci si è sentiti protetti nel rimanere ben ancorati nel sano perimetro del socialismo e del pensiero cattolico democratico. Cioè altre culture sono state vissute o come “cedimento” all'avversario (lo scambio continuo di accuse di liberismo a proposte che sono patrimonio tradizionale del pensiero democratico americano) o sono state viste come “attacchi” del mondo dei barbari verso la purezza e la civiltà dell'impero del “Bene”.

E questo è l'errore principale che è stato commesso nei confronti del candidato Matteo Renzi ma più che altro nei confronti dei tanti cittadini che si sono appassionati alle sue idee e al suo modo di essere così diverso dalla vulgata sui dirigenti della sinistra italiana. La simpatia del candidato, tipica di certo fiorentinismo che oggi va per la maggiore fra i comici italiani, se è stata vissuta come un valore aggiunto in molti fra i suoi sostenitori è parsa al contrario un tratto negativo fra alcuni paludati dirigenti del partito che hanno fatto del loro altezzoso “distacco”  un elemento distintivo del loro essere “guida del popolo” e non “parte del popolo” (come diceva J.Roth “è più facile guidare il popolo che amarlo”).

Ora i due vincitori devono trovare il modo di gestire l'esito della battaglia. Intanto mettendo da parte le truppe di tifosi che, come sa ogni leader vero, sono necessari e utilissimi nella competizione e che diventano invece un intralcio nel momento di ricostruzione che caratterizza ogni dopopartita. E la ricostruzione sarà il “motivo di sottofondo” che i due leader si troveranno ad affrontare nel prossimo futuro. C'è da ricostruire il PD, c'è da ricostruire un centrosinistra credibile a livello elettorale nella prossima tornata politica e c'è da ricostruire il Paese.

Non è sufficiente per raggiungere degli obiettivi così complessi una “tregua” fra i contendenti. Le tregue possono andar bene in condizioni normali. In momenti normali. Così non è. La crisi economica e morale del paese è alta. E il PD deve pensare a dare un contributo per l'uscita dalla  crisi e non deve pensare a risolvere solo le proprie beghe interne. Questo è il mandato dei tanti elettori che si sono mobilitati per queste primarie. E sarebbe imperdonabile non onorarlo.

E allora occorre trovare la via per mettere a frutto, per cercare di rappresentare, senza mortificazioni e abiure per nessuno, l'ampio spettro di culture, di esperienze e di motivazioni che si sono sentite coinvolte in queste primarie in un'area che va dal radicalismo di vendola alla liberaldemocrazia sociale di Renzi. Uno spettro ampio, mai rappresentato  nel nostro paese da alcun partito di centrosinistra. E' una sfida nuova che vede come possibili uscite o la costruzione di un vero PD, finalmente fuori e oltre dagli steccati ideologici dei soci fondatori, o la separazione fra un PD più radicale e un PD più moderato. Molti, in questa tornata di primarie, hanno spinto verso una rottura postcompetizione. Io non voterò mai Renzi. Io se c'è Vendola non ci sto. Se c'è Bersani non voto PD. Le abbiamo sentite tutte. E le registriamo come atteggiamenti consueti nel nostro paese dove è difficile tenere tante anime in uno stesso partito.

Lo sforzo del PD, che è il maggior contributo che potrebbe dare alla ricostruzione del paese, è quello di provare a costruire qualcosa di nuovo in Italia. Dove non ci sia un leader ma tanti, diversi leader. Dove ci sia una democrazia e un partecipazione di massa sulle grandi scelte. E dove le tante diversità siano una ricchezza e non un difetto da eliminare. Da non esibire in pubblico.
La grandezza, vera, dei due leader si gioca in questa sfida. Ed è su questo che gli elettori di centrosinistra e il popolo italiano, più in generale, giudicheranno la loro capacità di essere, come gruppo dirigente e non solo come persona sola al comando, una vera guida per il paese per l'uscita dalla crisi. Ed è questo che conta per un leader. Ed è questo che conta per un Partito.

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