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Un processo “Mani pulite” nella Maremma del Cinquecento Opinion leader

Firenze – Non c’entrano le  streghe né l’oscurantismo religioso nel processo intentato nel 1578 contro Pietro di Mariano da Manciano. No, la Toscana è un po’ più raffinata in quell’alba dell’età moderna. L’ispettore  (Cavallaro) dell’Offizio dei Paschi  di Siena era accusato di corruzione, appropriazione indebita, malversazione contrabbando, favoritismo, evasione fiscale.

Reati più che moderni, come moderno l’intreccio giudiziario, politico ed economico che accompagna il procedimento di accusa contro il tipico appartenente a un potere locale fatto di rapporti, favori, interessi più o meno chiari in una società rurale qual era allora a Maremma, da poco inglobata, insieme alla sfortunata Repubblica di Siena, nel Granducato di Toscana nuovo di zecca. Un tipico processo di “mani pulite” che però, secondo i dettami dell’epoca, non doveva comunque toccare poteri consolidati, ma solo piegarli all’ordinamento accentratore imposto dal nuovo signore.

Lo racconta lo storico Pierangelo Lusini nel libro pubblicato recentemente dall’Associazione di Studi storici Elio Conti dal titolo “Uomini e bestiami nella Maremma dei paschi – il processo al Cavallaro Pietro di Mariano da Manciano (1578 – 1579)”. Un saggio che aspetta ancora una presentazione pubblica  come tanti altri bloccati dai confinamenti della pandemia.

Fra i migliori prodotti dell’approccio della storia “evenementielle”, nella linea dei principali esponenti di questa corrente storica come Carlo Ginsburg, il libro di Lusini offre una ricostruzione in uno stile narrativo semplice e appassionante, pur mantenendo una rigorosa argomentazione scientifica. Come un “legal thriller” di storia locale, si potrebbe dire, forse con un merito in più nel riuscire ad attirare l’attenzione dei lettori, perché non ci sono assassini né congiure e l’imputato rischia al massimo qualche anno di carcere e una multa salata.

Di quel genere di poliziesco popolare contiene tanti elementi. Prima di tutto lo scontro fra la pubblica accusa (il Fiscale) Alberto Albertani e il difensore Francesco Vieri  (Procuratore). Come il primo è implacabile nel procedere nella raccolta delle testimonianze (niente prove materiali in un procedimento inquisitorio), al punto di ricorrere alla tortura con la fune (sempre minacciata e una volta inflitta a un testimone supposto reticente che però non cambia versione), così il secondo è abile ed efficace nello smontare pezzo per pezzo l’impianto accusatorio.

Di fronte a loro, un collegio giudicante tutt’altro che privo di pregiudizi e di interessi da difendere, composto dai magistrati civili dell’istituzione più importante di Siena, l’organizzazione dei Paschi  che soprintendeva alla gestione dei terreni per l’allevamento, la transumanza. Una specie di regolatore dell’incessante movimento di (pochi) uomini e (molto) bestiame in quel vasto territorio in parte selvaggio, in parte molto minore antropizzato, che era la Maremma nella seconda metà del Cinquecento.

Sullo sfondo vecchi e nuovi potenti: l’ex commissario per la Maremma Fabio Borghesi (ex funzionario della repubblica), il suo successore Matteo dal Ponte e il governatore granducale Federico da Montauto, attento soprattutto a tutelare gli interessi  del nuovo stato, evitando ogni inopportuna destabilizzazione del vecchio sistema.

Le fonti da cui è nata la ricerca si trovano nel la sezione “Giudiziario” del Fondo Dogane dei paschi dell’Archivio di Stato di Siena dove Lusini ha scoperto un fascicolo, il numero 201, che era di gran lunga il più corposo fra tante  cause minori riguardanti liti, frodi e appropriazione di bestiame, soprattutto di quei capi che si perdevano  nelle lunghe transumanze a causa del personale inadeguato.

Quel faldone conteneva tutta la documentazione (sentenza inclusa) del processo a Pietro da Manciano detto Pietraccio tenutosi tra il luglio 1578 e l’agosto 1579 nel palazzo dei Paschi a Siena con la partecipazione di uomini e istituzioni di buona parte della Maremma toscana meridionale.

Non un pastore o un mandriano, ma un ispettore/esattore dei Paschi , dunque una delle autorità più importanti del tempo. Dipendeva direttamente dal Commissario per il controllo dell’afflusso nelle casse dell’erario dei diritti di pascolo e di tutti gli altri balzelli che gli allevatori dovevano versare. “Seguendo scrupolosamente la fonte, parallelamente alla ricostruzione degli aspetti giuridico istituzionali della vicenda – scrive Lusini – è stata mia intenzione ridare apparenza e dignità di vita a quel mondo nella convinzione che sia giusta cosa dare un senso e una ragione all’esistenza di quelle carte… “.

Un mondo dove mancano totalmente le donne e  dove protagonisti sono anche gli animali “ed è proprio su di loro che tutto il processo è costruito e si articola”. Un mondo che per l’autore, di famiglia maremmana, è anche un andare alla ricerca delle sue radici. Lo si capisce nel corso della lettura dalle parole così affettuose che dedica a questo fascinoso territorio pieno di luce e colori tuttora amato dalla natura e rispettato dall’uomo.

Come d’obbligo quando si parla di indagini e processi, eviteremo di raccontare come è finita la storia. Basta un accenno al fatto che alla fine tutto si ricompone senza (metaforico) spargimento di sangue: i messaggi sono stati recapitati ai destinatari giusti e, forse, qualche potente locale avrebbe poi evitato di chiedere favori inopportuni. Soprattutto quando ne va delle casse del Granduca.

Prima della sentenza ci saremmo in ogni caso goduti uno squarcio della società maremmana di 450 anni fa, in particolare nel momento in cui l’imputato e i suoi figli tenteranno il possibile (con tutti i mezzi , anche la corruzione) di evitare la rovina della famiglia. Nella testa del lettore si materializzeranno paesi belli e arcigni, da Arcidosso a Piancastagnaio, da Manciano a Saturnia, da Magliano a Montepescali, luoghi scolpiti fortemente nell’immaginario di chi ama la Maremma.

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