energee3
logo stamptoscana
badzar
energee3
badzar

Una crescita guidata dagli investimenti nel “bene comune” paese Opinion leader

In fondo più che una teoria economica, che pure esiste a sostegno di un cambio di marcia dell’approccio europeo al debito pubblico (ma anche privato), ci assiste senz’altro il buon senso. In una famiglia in difficoltà per i troppi debiti accumulati, magari certo per i troppi vizi e per gli sprechi perpetrati per anni dalla famiglia, è chiaro che il primo impulso è quello di tagliare le cose superflue. E, anche per darsi un nuovo approccio alla vita, di vivere il periodo dei  tagli anche come una certa “espiazione” per gli errori fatti. Sarà anche il momento delle discussioni e dei litigi. E’ normale. Ma poi viene il momento della verità. Quello in cui si capisce che troppi tagli potrebbero cambiare in profondità lo stile e il livello di vita della famiglia. Snaturandone il senso e il legame. E' il momento in cui ci si guarda intorno e si capisce che la mamma deve tornare a lavorare. E che il figlio, finita la scuola, non può stare senza far nulla e deve contribuire anche lui, pur con un lavoro di fortuna e provvisorio rispetto alle aspettative di lungo periodo, al riordino delle casse familiari. Appunto si capisce che se si vuol mantenere la famiglia unita, un certo tenore di vita e una base di ripartenza per il futuro è meglio darsi da fare incrementando il reddito a disposizione piuttosto che a diminuire oltremodo il livello dei consumi.

Ebbene io penso che siamo arrivati, specie in Italia, a questo punto. Si può continuare con la convinzione che bisogna tagliare, tagliare e tagliare. Ma i dati sulla spesa pubblica procapite, al netto degli interessi sul debito, la situano fra le più basse fra i paesi europei avanzati. E se non si vuol retrocedere da un'idea di presenza dello stato, efficiente, non pervasiva ma di stampo europeo, non si può ulteriormente scendere. Questo non implica di non dover continuare ad eliminare sprechi, burocrazie e inefficienze. Ma non per creare “risorse per l'abbattimento del debito pubblico” ma per reinvestirle in nuovo welfare e in nuovi investimenti in cui da anni il paese è pressochè assente.

Ovvio che puntare sulla crescita contro  l'austerità è una politica che può nascondere a livello conscio e inconscio la voglia di perpetrare il difetto atavico per l'Italia. E cioè può nascondere la voglia, mai sopita nei meandri più profondi del paese, di riprendere il periodo delle “vacche grasse” accumulando debiti, fregandosene delle inefficienze e degli sprechi e creando, in tal modo, consenso a tutti i livelli sociali. Ce n'è per tutti: per alcuni di più ma, alla fine, qualcosa arriva a tutti. Ma questo è un rischio che può essere corso. Il paese ha capito che bisogna smetterla con gli sprechi, i privilegi e le inefficienze nel pubblico e quindi è, culturalmente e politicamente pronto, a rilanciare una politica del “deficit spending” più dettata da Keynes che da Cirino Pomicino (uno dei tanti dirigenti democristiani dediti , negli anni 80, al “deficit consensus” ovvero alla caccia del consenso attraverso la spesa pubblica!).

Si potrebbe replicare: ma perchè occorre collegare una politica per la crescita con una politica di rilancio della spesa pubblica? Direi che i motivi sono tre.
Il primo è che l'attuale livello della spesa pubblica, ed in particolare della spesa per investimenti, è a livelli eccessivamente bassi. Un paese come l'Italia no può scendere, pena di scendere a livelli di “civiltà” più bassi, oltre un certo livello di spesa pubblica. In alcuni settori sta mancando la manutenzione ordinaria del patrimonio. Siamo cioè al deperimento del capitale sociale del paese.
Il secondo è che sono anni che si cerca di rilanciare una crescita fondata su fattori “supply side”. Leggi innovative sul lavoro, pratiche contrattuali innovative, finanziamento alle imprese di attività avanzate e innovative (ricerca e sviluppo) e i segnali di ripresa dell'economia sono flebili. Il sistema industriale ha rinnovato “sè stesso” (basta vedere l'andamento delle esportazioni)  ma è rimasto troppo piccolo come motore del paese. Ancora una volta l'Italia appare come un paese con una imprenditorialità privata capace, anche innovativa ma troppo rarefatta per essere, da sola, spinta e guida dello sviluppo di tutto il paese. Il terzo è che il settore pubblico, sia a livello diretto, che indiretto e indotto, genera una crescita labour intensive e di maggiore qualità occupazionale in termini di titoli di studio che può essere di particolare rilevanza per la diminuzione del tasso di disoccupazione ed in particolare di quella giovanile. 

Ma cosa significa oggi, nelle condizioni attuali, fare una politica di rilancio della spesa pubblica? Ho visto che da alcune parti (anche in questo giornale)  si propongono rilanci di grande livello. Miliardi di euro e 5/6 punti percentuali di crescita rispetto al Pil. Politiche forse compatibili con il Pil potenziale del paese (quindi che starebbero nelle potenzialità del sistema produttivo) ma che appaiono del tutto impossibili nel sistema di alleanze economiche, politiche e finanziarie in cui è inserita l'Italia. Non solo per il fatto di stare nella UE e di detenere l'euro. Ma anche per il fatto di essere un paese sotto osservazione da parte del “mondo finanziario internazionale” il quale, come sappiamo, è molto “astratto” ed è più interessato ai nostri indicatori di performance finanziaria che alla risoluzione dei nostri problemi economici e occupazionali.

Allora dobbiamo trovare un equilibrio fra le potenzialità del sistema economico (che sono ampie e che denota ampi margini di crescita possibile) e i vincoli posti dalla nostra attuale debolezza finanziaria. In una recente nota, forse di difficile comprensione perchè fondata su un'analisi statistica dei dati del Pil e dei suoi aggregati negli ultimi 15 anni, emergeva che una crescita di investimenti pubblici di circa 10 miliardi e una crescita di investimenti privati di circa 20 miliardi (indotta da questo “segnale” di recupero che si inserisce in un trend già percepibile di leggero recupero delle attività private) sarebbero stati sufficienti a creare quasi un milione di posti di lavoro in più e una crescita del pil più significativa delle tante finanziarie pensate e attuate per abbassare il livello del debito sul pil.

Una spesa aggiuntiva di investimenti di 10 miliardi rappresenta un deficit aggiuntivo dello 0.6%. Senza contare le entrate in più che arriverebbero dall'incremento del pil che potrebbero, secondo l'applicazione di alcuni moltiplicatori, quasi coprire per intero l'incremento di spesa. Si tratta quindi di uno sfondamento che potrebbe agevolmente essere contrattato coni partner europei e che potrebbe essere “digerito” senza traumi dai mercati finanziari internazionali. Ma dieci miliardi per fare cosa? I settori che in questi anni hanno sofferto di tagli e di assenza di investimenti sono tanti. E in alcuni casi hanno sofferto di mancanza di fondi e di incapacità di attivazione di cantieri. Cioè un circolo vizioso fatto di assenza dello stato e di inefficienza dello stato. Sono due temi che devono essere affrontati contemporaneamente. Per arrivare ad una crescita di qualità del “bene comune” Italia. E dieci miliardi in più l'anno per diversi anni sono un input importante per la qualità complessiva del sistema.

In testa metterei gli investimenti per il rischio idrogeologico e per la tutela delle acque.  Quindi metterei la ristrutturazione e la messa in sicurezza sismica degli edifici pubblici con particolare attenzione alle scuole e alle aree sismiche. Ed infine, per ridare sicurezza e dignità al territorio, una grande operazione di bonifica delle aree inquinate con una prioritaria attenzione alla terra dei fuochi. Quindi metterei fondi per la qualificazione del trasporto pubblico (acquisto di nuovi mezzi, investimenti in tranvie urbane  e rinnovamento della infrastruttura ferroviaria) e dell'abitare sociale (nuova edilizia legata all'housing sociale come parte di progetti di rigenerazione urbana nelle città e nelle aree metropolitane e nelle aree sottoposte ad eventi calamitosi) .

Insomma in dieci anni la possibilità di investire in queste “emergenze territoriali” circa 100 miliardi di nuovi fondi a sostegno di uno sviluppo e di una crescita che fanno bene agli indicatori di pesantezza del debito nazionale (Debito/Pil) ma anche, cosa non meno importante, al livello di capitale sociale, e quindi di civiltà, del paese.

Mauro Grassi

Print Friendly, PDF & Email

Translate »