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Una cultura al servizio dei cittadini, oltre la moda dei festival Opinion leader

Firenze – Pubblichiamo l’intervento del P.Ennio Brovedani presidente della Fondazione Stensen di Firenze pubblicato sul numero 498-499 della rivista Testimonianze dal titolo “Eros e Agape negli anni 2000”, che raccoglie le relazioni presentate negli incontri del percorso “Eros, Filìa, Agape” (ottobre 2014 e febbraio 2015, Auditorium Stensen).

Siamo molto lieti di accogliere la proposta di collaborazione culturale con la rivista Testimonianze, in memoria di P. Ernesto Balducci (1922-1992) che, nella sua opera più matura e postuma, La terra del tramonto, ha saputo cogliere e interpretare i segni rivelatori dell’avvento di «una nuova stagione dell’umanesimo nella quale tutta la nostra storia culturale, il mondo nel quale siamo nati e cresciuti è messo in causa».

Da tempo ormai percepiamo quanto in questi ultimi decenni il quadro del mondo sia profondamente e forse irreversibilmente mutato e in piena fluttuazione. Le dinamiche e politiche economiche mondiali e la crescente globalizzazione comunicativa hanno reso sempre più contigue e reciprocamente interferenti le diverse culture e umanità che abitano la terra. Stiamo infatti entrando in un continente epocale, non solo per la novità ed estrema complessità dei problemi e interrogativi sollevati e per le conseguenti sfide che si prospettano per l’immediato futuro, ma anche nel senso etimologico di “sospensione di giudizio” (epochè), di prudenza valutativa. In diversi ambiti culturali e istituzionali di ricerca è sempre più ricorrente l’espressione “svolta antropologica”, per indicare il lento e graduale processo di dissoluzione interiore individuale, culturale e sociale di quell’immagine dell’uomo che nel corso degli ultimi secoli ha dato un’identità e un volto all’Europa cristiana e occidentale e che ancora oggi «continua segretamente a governarci come archetipo».

Lo stesso Papa Francesco, proprio in ragione del mutamento epocale in atto, nell’esortazione apostolica Evangelii Gaudium (EG) e in numerose allocuzioni, più volte sollecita l’avvio di una «pastorale della prossimità» (EG 24) e di una relativa riflessione e «decentralizzazione» nelle estreme periferie dell’umano (EG 16), che aiutino l’uomo contemporaneo a comprendere ed esprimere il meglio di se stesso, nella prospettiva di una nuova “maturazione antropologica” in cui l’emergenza e la valorizzazione dell’individuo, con la sua libertà, la sua coscienza e i suoi diritti, sia espressione di una più matura consapevolezza delle proprie responsabilità personali e dei corrispondenti doveri; costituisca, cioè, un valore e non banale individualismo, come a volte e un po’ sbrigativamente si sostiene.

La fede oggi, – una «fede di ragione», consapevole delle proprie motivazioni – non può limitarsi o ridursi ad “Agenzia Etica” e, su pressione dell’urgenza umanitaria, a esclusivo “Servizio caritativo e sociale”, anche se «la carità copre una moltitudine di peccati» (1Pietro 4,8), ma deve contribuire a non fare disperare la ragione, in quanto lo Stato liberale e secolarizzato, – la stessa laicità, come “luogo” e metodo di riflessione comune sui molteplici problemi complessi che sempre più frequentemente dobbiamo affrontare, – si nutre di premesse normative che esso, da solo, non è in grado di garantire, ma vanno ricercate e concordate insieme, nel rispetto dell’autonomia legislativa dello Stato o della comunità civile di appartenenza. Viviamo, infatti, in un contesto sociale istituzionale laico, in cui la laicità non è semplicemente una sensibilità o una opzione personale, ma è, di fatto, lo statuto nuovo e dominante della cittadinanza e della società e cultura contemporanea, in ragione anche della crescente interreligiosità e interculturalità. La laicità, pertanto, correttamente intesa, non si contrappone alle religioni e non le esclude dalla dimensione pubblica, diversamente regredirebbe a ideologia laicista.

La nuova evangelizzazione non è un fatto di persuasione dell’altro, di proselitismo, di tecniche o strategie comunicative all’avanguardia (proliferazione di siti Internet), né tanto meno di formule e prassi codificate una volta per sempre, come se il Vangelo fosse una verità sull’uomo che i cristiani possiedono e si limitano a trasmettere agli altri (la reiterata e nostalgica questione o sfida antropologica che trasformerebbe il cristianesimo in ideologia). La nuova evangelizzazione (soprattutto oggi) è “conversione alla prossimità” e non conversione a una dottrina, come per molto tempo si è inteso, perché la fede cristiana è in primo luogo realizzazione dell’umano e non fuga da esso; ed è piena realizzazione dell’umano quale esito di un sempre rinnovato incontro/relazione personale con Gesù Cristo (EG1). Il cristiano, in altri termini, si relaziona con gli altri e con il mondo, nella logica della comunione, del servizio e mai del possesso predatorio o dell’imposizione di una dottrina.

L’ossessiva e nostalgica ripresa dell’umanesimo cristiano non è solo un tema e problema “usurato”, ma riporterebbe la situazione ad una chiesa dominata da un paradigma culturale occidentale, tra l’altro, demograficamente minoritario e costituirebbe un ulteriore ostacolo al tanto invocato dialogo tra le tre grandi tradizioni religiose abramitiche (Ebraismo, Cristianesimo e Islam). Papa Francesco, invece, sta cercando di riportare il cattolicesimo alla sua originaria qualità evangelico/cristiana. Come più volte ribadito da P. Ernesto Balducci, la cristianità, o la Civitas cristiana, – una società da qualificare come cristiana nelle sue istituzioni, nei suoi ordinamenti e nei suoi obiettivi – «ha il respiro corto della parola non più profetica, ma solamente etica, legale e culturale».

Il percorso culturale Eros, Filìa e Agape – Le relazioni umane oggi, pensato dalla Fondazione Stensen come XI edizione del Novembre Stenseniano, di cui riportiamo qui le relazioni, si è proposto quale occasione e luogo di informazione, interrogazione e riflessione comune su alcune nuove e inedite dinamiche relazionali contemporanee. Dopo aver brevemente richiamato il quadro concettuale e relazionale di Eros, Filìa e Agape, quale storicamente si è originato e configurato, sono stati esaminati e valutati alcuni tra gli aspetti scientifici, antropologici e sociali più rilevanti e significativi delle relazioni umane contemporanee, così come si delineano e, in parte, si impongono, quale esito del profondo mutamento culturale e sociale in atto, nel contesto e nella prospettiva di una crescente globalizzazione demografica, economica e comunicativa.

L’amore umano, nelle sue svariate espressioni e relazioni, nel corso dei secoli è stato descritto, spiegato, definito, rappresentato e celebrato da letterati, artisti, filosofi, antropologi, psicologi, teologi, e ultimamente anche – nei suoi aspetti più propriamente, fisiologici, relazionali e fenomenologici – da scienziati, medici e sociologi.

Da tempo, ormai, numerosi studi storici e comparati hanno distinto – almeno per quanto riguarda il mondo occidentale – diversi concetti, definizioni e teorie, concernenti l’esperienza, il sentimento e le molteplici dinamiche relazionali dell’amore umano: in Platone, per esempio, c’è la distinzione tra Eros e Filìa, tra l’amore erotico, in grado di consentire agli esseri umani di realizzare le opere più grandi nell’arte, nella scienza e nella filosofia, e il gioioso sentimento dell’amicizia sincera e fraterna; nella letteratura cristiana, prevale l’esperienza spirituale dell’Agape, intesa quale amore di Dio, amore solidale, carità e principio conduttore di una vita virtuosa; nell’età moderna nasceranno e si riveleranno l’amore cortese e quello romantico; nella cultura e società contemporanee, i crescenti sviluppi delle discipline antropologiche e etnologiche, delle ricerche biomediche, delle tecnologie digitali e della comunicazione globale, stanno inducendo e prospettando forme nuove e inedite di relazioni umane, tanto reali quanto virtuali (Internet), con evidenti vantaggi e benefici, ma anche con il rischio di destrutturare e alterare esperienze, sentimenti e comportamenti consolidati da secoli, senza disporre ancora di adeguati strumenti di valutazione e previsione delle possibili implicazioni e conseguenze.

Ripensare le relazioni umane oggi, in un epoca di profonde trasformazioni o di “transizione”,- come ricorrentemente si sostiene,- in un contesto culturale e sociale sempre più precario, caratterizzato da crescente agnosticismo e da un umanesimo che si presume autosufficiente, «è come porsi ai piedi del faro; e ai piedi del faro non c’è luce », come recita un antico proverbio cinese citato dal filosofo della speranza Ernst Bloch (1885-1977) e ripreso anche da P. Ernesto Balducci a conclusione della sua opera postuma, La terra del tramonto.

Infine, proporre dei percorsi di riflessione e interrogazione comune su temi o problemi complessi che in diverso modo, direttamente o indirettamente, coinvolgono tutti, intende essere espressione di una politica della cultura che si pone al servizio del cittadino, in modo che attraverso una corretta informazione e riflessione comune si senta corresponsabilmente coinvolto nell’ormai improrogabile processo di rigenerazione del tessuto sociale, culturale, politico e religioso-ecclesiale dei prossimi decenni.

Ma intende pure essere una rispettosa contestazione della dilagante moda festivaliera, in cui di fatto, anche se non intenzionalmente, si privilegia l’aspetto spettacolare, ludico e banalmente fruitivo della cultura, spesso con ingente spreco di limitate risorse economiche pubbliche e private: Festival dell’Inquietudine, Festival della Filosofia, Festival della Scienza, Festival delle Religioni, accanto al Festival del Gelato, al Festival del Vino, al Festival del Viaggio, al Festival del Tatuaggio, ecc. Il discorso religioso ricondotto a Festival rischia di svilire la fondamentale natura orientativa e escatologica propria delle grandi religioni.

 

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