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Una famiglia sotto sfratto: babbo, mamma, nonna e due bambini Società

Babbo, mamma, nonna, due bambini. Uno sfratto esecutivo. Per morosità. Di quanti mesi? Due  mesi di ritardo, su cui si innesta la morosità. Con questa conseguenza: che, dal canone in ritardo che si pone fra novembre e gennaio, la famiglia ha ricominciato a pagare (con tanto di ricevute) fino a maggio, quando, mal consigliata da qualcuno, smise definitivamente di onorare il canone. In poche parole, il ritardo che innescò il procedimento sfociato in atto giudiziario accade nei due mesi in cui il capofamiglia fu colpito da un grave problema di salute: il primo mese si ritrovò infatti all'ospedale, in seguito a una grave emorragia intestinale, il secondo mese, licenziato dal ristorante dove aveva lavorato vent'anni, se lo passò a casa per riprendersi e cercare un altro lavoro e aspettare i soldi della disoccupazione. Con i quali ricominciò a pagare il canone, anche quello in ritardo.  E' una storia complicata e al tempo stesso semplice,  quella che ci racconta Souad, trent'anni, originaria del Marocco, dal 2000 venuta come giovane sposa in Italia, dove l'attendeva un futuro sulla carta radioso.

Il marito, di circa 10 anni più grande, da vent'anni in Italia, cittadinanza italiana come tutta la famiglia, era occupato presso un ristorante. Una brava persona, che si cura della madre anziana (72 anni) con gravi problemi di salute. Una casa in centro storico a Firenze, affitto regolarmente pagato. Ma nel giro di pochissimo tempo la sorte muta. Intanto, l'abitazione. Il problema nasce quando il vecchio proprietario, un tedesco, vende l'appartamento in cui risiede la famiglia a un italiano. Subito il nuovo titolare si presentò con una copia di contratto di locazione per sei mesi. Di fronte al rifiuto di Souad di firmare per un così breve lasso di tempo (almeno due anni, per darci il tempo di trovare un'altra sistemazione, ricorda) il nuovo proprietario se ne andò, lasciando tuttavia il numero del suo conto corrente. Su cui la famiglia continuò a versare tranquillamente il canone, come faceva col vecchio "padrone".

Ma la sorte cominciò ad accanirsi con la piccola famiglia. Dopo 20 anni di lavoro senza conoscere festività o ferie, il marito fu colto da una forte emorragia intestinale che lo costrinse all'ospedale, dove dovette restare per un mese. Quando uscì, i medici gli dissero che non avrebbe mai più potuto vivere senza medicine. Nel frattempo, il ristorante in cui lavorava lo aveva licenziato e l'uomo entrò in disoccupazione. E fu in questa fase che la famiglia ritardò il pagamento del mese. "Dissi al proprietario che stavo aspettando la disoccupazione – ricorda Souad – e che, se avesse avuto pazienza, avrei pagato anche il mese che ero costretta a saltare". Niente da fare: il proprietario colse al volo l'occasione per chiedere la morosità. E fu inutile che, dal mese dopo, la famiglia ricominciasse a pagare. La storia andò avanti fin al 2010.

Nel frattempo, altre sfortunate vicende travolgevano gli affetti più cari: la bimba che era nata, aveva e ha tutt'ora seri problemi di salute; il bambino, un bel maschietto che ora ha 4 anni, è ipovedente. La suocera di Souad cominciò a peggiorare. Della situazione furono informati i servizi sociali del comune che misero la famiglia di Souad nella lista d'emergenza. Ma, di fronte allo sfratto imminente, rivoltasi ancora una volta ai servizi comunali, la giovane donna si sentì fare la proposta che più spaventa queste piccole e sfortunate famiglie: la divisione dei membri. "Mi dissero che per me e i bambini una sistemazione l'avrebbero trovata in una struttura – racconta Souad – ma mio marito e mia suocera si dovevano arrangiare. Com'è possibile anche solo pensarlo? Come fa mio marito quando ha gli attacchi e non può muoversi dal letto, o mia suocera che quasi non mangia neppure, da sola? E i miei bambini che adorano il babbo? Come facciamo tutti noi, che abbiamo bisogno l'uno dell'altro?…".
 

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