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Uno sviluppo innovativo fondato sulle regole Economia, Opinion leader

Purtroppo in Italia, come è spesso accaduto nella sua lunga storia, sta prevalendo il primo. Assomiglia all’assalto dei municipi. Una grande passione, un alto senso di sdegno, la rivolta e dopo qualche giorno i soliti noti riprendono tranquillamente le posizioni che sembravano perdute. Al fondo di questo comportamento collettivo ci sta la storia e l’antropologia di un popolo. Altri sapranno dire su questo. Da economista penso invece che una parte della spiegazione risieda nella debolezza dell’analisi del sistema. E la spiegazione è semplice. Per molti commentatori l’economia italiana tiene. Ovvero terrebbe, ed anzi potrebbe in qualche caso dare l’esempio nel mondo, se solo non dovesse pagare un prezzo troppo elevato, non più sopportabile, alla politica. E la politica in questo caso è tutto ciò che non è mercato e non è privato. Sono i costi della democrazia, la gestione dei servizi pubblici e, più in generale, il costo delle istituzioni. Attenzione, in questa analisi c’è una parte di vero: la politica italiana, la pubblica amministrazione e le istituzioni sono poco efficienti. Sono costose e in larga parte detengono privilegi che non sono giustificati né dal ruolo né dallo status della funzione svolta. Ora si guarda a tutto ciò con qualche eccesso. Ma è evidente che c’è molto da fare per ritornare ad una sana normalità. Ma da qui a pensare che questo sia il solo , esclusivo, problema del paese è decisamente fuorviante. Lasciamo stare i grandi mali, fra cui spicca per importanza e purtroppo anche per scarsa attenzione, la criminalità organizzata che fattura nel nostro paese cifre d capogiro ammorbando coscienze, regole ed efficienza economica.

Ma ci sono mali endemici che ci parlano di un cattivo funzionamento del sistema economico e , con questo, anche del sistema sociale e istituzionale. I privilegi di corporazione diffusi in ogni dove, la corruzione, il lavoro nero, l’evasione fiscale, le mille truffe perpetuate in campo ambientale e contro il territorio, la scarsa trasparenza dei bilanci e dei rendiconti finanziari: sono tutti malanni del paese che ci rimandano al tema centrale e vero da affrontare. E cioè rimandano ad un modello di sviluppo debole, in alcune aree del paese quasi assente, che invece di affidarsi alle regole del mercato (parlo di regole e non di soprusi!!) si è affidato sempre e sempre di più a sistemi di relazione corporativa. E nella relazione corporativa ci sta anche lo scambio cattiva economia-cattiva politica. Cioè un connubio di scambi di favori che hanno comportato troppo spesso non il successo dei migliori, dei più innovativi ma piuttosto di quelli che avevano i santi in paradiso (e che se non li avevano, si davano da fare per averli!!). E così , a parte alcuni momenti eroici in cui la politica e l’economia si sono alleati per il “bene comune”, il paese si è sviluppato generando equilibri perversi fondati sul riconoscimento degli interessi particolaristici e sull’accettazione di regole fondate sul vantaggio di alcuni ma non sul bene di tutti (anche di quelli che dovevano venire dopo. Le famose future generazioni).

Allora si tratta di cambiare registro. Certo una maggiore moralità nella politica prima di tutto e anche, a seguire, nell’economia e in tutta la società. Ma il problema non è solo quello morale. Anche perché sarebbe facile in questo momento scegliere da che parte stare. Il problema è invece più complesso. Introdurre moralità significa anche cercare di dare al paese uno sviluppo diverso. Più solido, più innovativo. Fondato sulle regole , sul mercato, sul funzionamento dei meccanismi economici e non sulla capacità di aggirarli per avere un vantaggio competitivo sugli altri. Anche perché, come sappiamo in questo campo, la moneta cattiva scaccia la moneta buona. Occorre passare dalle corporazioni ai mercati. Dalle posizioni di monopolio e di rendita alle liberalizzazioni. Dal privilegio per grazia ricevuta alle posizioni qualificate raggiunte per merito. E’ qui che si gioca la vera battaglia di oggi. Non tanto, o non solo ed esclusivamente, nell’allontanare dal palazzo uno scilipoti qualunque. Non vorrei che, come è successo durante tangentopoli, un cappio sventolato in parlamento non generasse alcun cambiamento nella struttura del paese e fosse solo il preludio ad una altro ventennio di peronismo in salsa nazionale. Con i soliti topi, intorno al solito cacio ……. attaccati dai soliti gatti , aggressivi nell’aspetto, ma purtroppo inconcludenti nella caccia.

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