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Urbanistica “nova”: condivisa e dinamica, al passo con le città che cambiano Cultura, Politica

Firenze – Un dibattito-confronto sul tema della “manutenzione” della legge regionale urbanistica 65/2014 modificata dalla 43/2016 pubblicata sul BURT il 13 luglio scorso, è stato occasione per mettere il punto sulla questione forse più importante di cui la Regione ad oggi deve occuparsi, vale a dire la gestione del territorio. L’occasione è stata fortemente voluta dall’ex-assessore all’urbanistica del Comune di Firenze, attualmente consigliere regionale in quota Pd, parte attiva della quarta commissione regionale (governo del territorio) Elisabetta Meucci. Il confronto, che si è tenuto ieri sera alla Festa dell’Unità, ha dato una svolta importante alla questione, mettendo in chiaro e verificando, con i soggetti che in questi mesi si sono confrontati quotidianamente con le istituzioni, da un lato gli obiettivi dell’impianto legislativo, dall’altro la corrispondenza concreta fra gli strumenti previsti dalla legge 43 (con le modifiche nei confronti della precedente e soprattutto con i regolamenti d’attuazione in corso di pubblicazione) e gli obiettivi enunciati.

Ad emergere dagli interventi, è stato da un lato la bontà e la positività del metodo, dall’altro la capacità di raggiungimento degli obiettivi di un sistema che, una volta escogitati gli strumenti, non si richiude in essi, ma resta aperto per dare risposte cogenti ai cambiamenti  evidenti sia nel tessuto urbano delle città toscane sia nella gestione del territorio “rurale”.

“Quando si parla dell’operazione di “manutenzione” che ha investito la legge regionale 65/2014  – spiega Titta Meucci – in realtà si intende quell’operazione che si è prefissa di rendere operativi e raggiungibili gli obiettivi enunciati, rendendo “possibili”, vale a dire rendere praticabili nel quotidiano, gli strumenti”. Insomma, ottima cosa i principi, ma se non si trova il modo di attuarli, restano lì dove sono, stampati sulla legge. E lì servono a poco. “Per questo ci siamo concentrati sugli istituti, più che sulle procedure – continua Meucci – modalità necessaria per rendere efficaci gli obiettivi. Ad esempio, se non vogliamo che l’enunciazione “contenimento dell’uso del suolo” non resti un semplice enunciato” dobbiamo metterlo in pratica con gli strumenti attuativi”.

Più facile a dirsi che a farsi, a meno che la “palla” non passi proprio nelle mani degli operatori concreti, quelli insomma che si trovano tutti i giorni a maneggiare gli strumenti previsti dal legislatore per costruire, rilasciare permessi, controllare, ristrutturare, ecc. Dunque, una “filiera” che, partendo dal basso, va dal cittadino ai rappresentanti delle categorie professionali. E in questo senso, il “metodo Meucci”, come qualcuno l’ha già ribattezzato, insegna che la condivisione con le categorie è essenziale per dare quella sferzata di pragmatismo e efficacia pratica agli strumenti legislativi che ne consente l’attuazione “on the road”.

“Sono stati i rappresentanti delle categorie a segnalarci, attraverso un  confronto continuo, le esigenze di modifica che dovevano essere effettuate – continua Meucci – un contributo essenziale per creare i contenuti del testo. Il governo del territorio rappresenta il tessuto connettivo di tutte le politiche che la pubblica amministrazione mette in atto . Il consiglio regionale e la giunta hanno lavorato insieme, il confronto ha originato un’unità di intenti, ma anche la consapevolezza che il lavoro non è finito: queste leggi per mantenersi operative devono essere monitorate mese per mese”.

E sono stati proprio i rappresentanti delle categorie, chiamati al confronto, a sottolineare sia la bontà del metodo, sia la positività dei risultati, sia le criticità ancora non risolte: il sindaco di Prato Matteo Biffoni, presidente Anci toscana, nel valutare positivamente il metodo, pone subito sulla bilancia uno dei nodi fondamentali che la politica urbanistica dovrà affrontare nei prossimi anni: il rapporto fra il costruito da “rigenerare” e le aree rimaste libere, da salvaguardare. Un tema che, come spiega Meucci, è stato tanto a cuore al legislatore che fra i primi regolamenti di attuazione pubblicati e dunque efficaci c’è stato proprio quello che riguarda la gestione delle aree agricole. Un’importante sottolineatura in merito riguarda l’importanza di emanare, da parte della Regione, linee guida per l’edilizia sostenibile, senza dimenticare la questione culturale che sottende all’intera idea generalissima di urbanistica, utilizzando ad esempio i fondi europei per la formazione dei tecnici comunali.

Partendo dalla necessità di una formazione culturale diffusa, l’intervento di Alessandro Jaff, Rete Professioni Tecniche, mette il punto sia su aspetti solo apparentemente di dettaglio (contributi alla legge 43 ad esempio sulla nuova disciplina della Scia, sulle sanzioni agli abusi compiuti ante 1985 più proporzionali, consentendo così una progressiva “legalizzazione” del patrimonio) sia su questioni di più ampio respiro. Ma è su una questione di principio, che poi ha importantissimi risvolti pratici, che Jaff insiste: la centraltà del progetto. e qui torna la valenza essenziale della cultura: “Bisogna – dice Jaff – che i cittadini chiedano un progetto “buono” per il territorio”. Vale a dire, bisogna alzare le aspettative della gente circa i progetti della pubblica amministrazione. Un modo anche per introdurre quella “semplificazione” che non deve essere vissuta come inquietante, bensì come modo di gestione indispensabile: basti pensare alla Vas, vale a dire la valutazione ambientale. che, dice Jaff, “è assurdo abbia un percorso differenziato e autonomo” rispetto al progetto dell’opera: la valutazione della sostenibilità, coerenza col paesaggio, ecc. “è una valutazione che l’architetto fa comunque nel progetto”. Allora, per non buttare il bambino con l’acqua sporca. conclude Jaff, “E’ necessario concentrare tutto nel progetto, con un momento decisionale unico articolato per competenze”. Anche stavolta, un dato culturale: significa infatti superare la stagione delle specializzazioni con quella della sintesi.

Il punto, per Vincenzo De Nardo, vicepresidente nazionale dell’Ance, è quello del cambiamento urbano, con la necessità della rigenerazione delle aree urbane in particolare per quanto riguarda i centri storici, ma anche grandi aree degradate, che, con la necessità del consumo zero per quanto riguarda il suolo, vengono alla ribalta. Dunque, dopo un giudizio positivo sull’operazione di manutenzione avvenuta con la legge 43, la richiesta è: alleggerimento delle procedure. Una richiesta che si sposa all’analisi del futuro, che vedrà ad esempio la necessità di rendere obbligatorio per tutti gli immobili “l’adeguamento sismico o almeno una valutazione di rischio sismico, magari – spiega De Nardo – entro 10-15 anni, con la prospettiva che, se il bene non ha monitoraggio o valutazione di rischio sismico entro la data decisa, non sarà più vendibile”. Una proposta forte, ma in linea con l’idea che la sostenibilità ambientale “faccia ormai parte della rigenerazione urbana”. D’altro canto, dice De Nardo, “il principio consumo suolo zero comporta l’intervento sulla città costruita. Un intervento che deve essere in armonia con l’esistente e che dunque comporta una serie di “compromessi” con le regole di urbanizzazione, la riduzione degli oneri urbani, esenzione dal contributo straordinario..”. E anche se l’operazione della rigenerazione urbana sembra essere più costosa, non si dimentichi che “sostenibilità è competitività”.

Infine, l’intervento della presidente dell’INU (Isituto Nazionale di Urbanistica) Silvia Viviani mette il focus sulla necessità del monitoraggio di una legge, dal momento che “l’applicazione svela sempre qualcosa da adeguare. Infine, fra l’individuazione del   ruolo innovativo e fondante delle Città Metropolitane, la necessità di rimettere in campo un concetto di urbanizzazione profondamente cambiato rispetto alla fase espansiva delle città del ‘900, emerge l’impossibilità ormai naturale di non dotare di dinamicità le leggi che regolano una materia mai così in fieri.  Ad esempio, suggerisce Viviani, non possiamo non constatare che rispetto alle nuove richieste è necessario ricomprendere le reti ecologiche che ospitano la mobilità lenta e permettono la riproduzione di biodiversità, le opere di bonifica e di difesa dei suoli, i servizi dell’abitare sociale, la produzione energetica, gli spazi che servono per ridurre le isole di calore e quelli da lasciare liberi per gestire le emergenze, quelli che servono per l’aria e l’acqua, per la riforestazione e per l’agricoltura di città”. E dunque, il compito che ci aspetta, continua Viviani, è anche quello di  “indicare i nuovi minimi inderogabili per i progetti unitari di risanamento e riabilitazione dei luoghi urbani” Così, se la necessità  “di collegare la pianificazione urbanistica e le azioni sociali è attuale come non mai”, potrebbe essere proprio la Toscana dotarsi di “progetti pilota” in questo senso.

 

 

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