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Usi civici, dalla conferma del governo della legge toscana a una nuova vita Società

Firenze – E’ stata confermata dal governo, il 10 luglio scorso, la Legge regionale su usi civici. Una conferma che dà finalmente il via agli uffici regionali per procedere alla sistemazione e redazione del regolamento che varrà per la sua applicazione. E’ un momento molto importante nel percorso giuridico di una figura che affonda le sue radici nell’alto medioevo e che configura, a tutti gli effetti, un altro modo di “possedere”. Una modalità alternativa a quella della proprietà privata, ma non concorrente, dal momento che lo sviluppo storico, in particolare con la rivoluzione settecentesca iniziata in Inghilterra con le “enclosures” ne ha decretato la sconfitta.

E tuttavia, accanto alla proprietà esclusiva di tipo romanistico, gli usi civici hanno continuato ad esercitare un loro ruolo, importante in particolare per quanto riguarda le economie agrarie; infatti era proprio dal loro godimento che, fino a metà del secolo scorso e in qualche area del territorio nazionale ancora oggi, gli usi hanno consentito sia un reddito di “sostegno” a quello principale della famiglia contadina, sia, in particolare là dove sono rimasti strutturati e riconosciuti come i masi del Trentino, una vera e propria regolamentazione “alternativa” del godimento della terra.

Ma andiamo a vedere a in cosa consistono. La caratteristica più interessante (tanto che ha dato il la anche a teorizzazioni per un’applicazione del principio a beni particolarmente difficili da identificare con le tradizionali categorie giuridiche del numero chiuso e della tipicità dei diritti reali) è che il titolare del diritto proprietario o di “godimento” è collettivo. Vale a dire, l’uso civico si incardina quasi sempre in una comunità, in un gruppo, e, in tempi moderni, è spesso la comunità identificata da un comune a goderne. Le fattispecie in cui possono essere distinti gli usi civici sono due, come ben sapeva il legislatore italiano che fra il 1927 e il 1928 tentò di dare ordine alla materia: da un lato, si tratta di terre terre di proprietà collettiva vera e propria (demanio civico), dall’altro di terre di proprietà privata, ma su cui grava un diritto di uso civico in favore della collettività. In tutte e due i casi, il godimento del bene reale fa capo a un titolare “multiplo”, collettivo, che ben dà ragione a chi ha definito gli usi civici “un altro modo di possedere”.

Ciò comporta dunque l’uso di una categoria che il nostro legislatore, come la maggior parte dei legislatori europei occidentali di scuola napoleonica (il famoso articolo 532 del Code Napoleon, tradotto nell’art. 810 del Codice civile italiano ne è la sintesi, esportato sulle punte delle baionette francesi in tutta Europa) ha sempre visto con sfavore assoluto: quella della proprietà collettiva. O meglio, del “possesso” (vale a dire, dell’uso) collettivo di un medesimo bene. Ancora, di un diritto di proprietà, ma sarebbe meglio dire di godimento, di un soggetto composito, multiplo, che non esclude magari anche una titolarità di tipo individuale “tradizionale”. Insomma, stiamo parlando di tutte quelle “utilità” concesse a una determinata comunità che agli occhi di un legislatore tradizionale appaiono come “gravami”. E che la nobiltà inglese della fine del ‘700 (albori della rivoluzione industriale e della costruzione di un nuovo mondo basato sull’individuo e sulla ricchezza dell’individuo) cercò di escludere dalle proprie terre con la costruzione di muri di confine. Appunto, le “enclosures”.

Ma di cosa si tratta in concreto? Ecco qua: il diritto di legnatico, ad esempio, che dà a una particolare comunità il diritto di raccogliere legna in un particolare bosco, considerato di proprietà (possesso) collettiva, o di fungatico, o erbatico, o via così, riguardando in definitiva tutte quelle “utilità” di cui il bene è portatore.

Insomma, gli usi civici, di cui oggi il legislatore toscano è chiamato a redigere un “nuovo ordine”, appaiono come le sentinelle avanzate e sorprendentemente moderne, in un mondo in cui si ricomincia a parlare di “beni collettivi” (l’acqua, l’aria, l’ambiente) di “un altro modo di possedere”.

 

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