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Vajont, tappa fondamentale per formare una coscienza nazionale Opinion leader

"La valle del Vajont, il muro di cemento della diga, i paesi distrutti e abbandonati e i paesi distrutti e ricostruiti dovrebbero essere tappe fondamentali di un percorso di formazione della coscienza nazionale, di quella che alcuni chiamerebbero una religione civile. Bisogna andare al cimitero di Fortogna, andare a leggere quei nomi: di molte di quelle vite spazzate via e sommerse non rimase che un nome. Sono scolpiti 1.910 nomi nelle lapidi: 1.910 morti, secondo la cifra ufficiale, un numero che non si può e non si deve dimenticare, che rimane però scolpito ancora più forte nella memoria. La memoria ha dominato tutto in quei luoghi e noi qui oggi, come rappresentanti delle istituzioni (istituzioni pur molto diverse da quelle che contribuirono alla costruzione della catastrofe in un tempo troppo lontano), abbiamo il dovere di accostarci a quella memoria, a quel ricordo con un carico di umiltà e di deferenza". Così inizia il discorso del Ministro dell'Ambiente Andrea Orlando, per commemorare la tragedia del Vajont.

"Ci sono momenti nella vita di una Nazione in cui lo Stato e chi lo rappresenta hanno il dovere di assumersi la più difficile delle responsabilità, la più grave: chiedere scusa ai propri cittadini. Io non credo che lo Stato in questi lunghi anni di fronte ai cittadini del Vajont abbia fatto tutto quello che doveva e che poteva per emendarsi da responsabilità, che un processo tortuoso portò finalmente, dopo troppo tempo, alla luce.
Ci sono gli errori di cinquant'anni fa. Troppe sono state le disattenzioni del dopo. Ci sono le parole non dette, parole sbagliate, che si sono continuate a pronunciare. Se si parla di incuria dell'uomo nella legge che istituisce la Giornata nazionale in memoria delle vittime dei disastri ambientali e industriali, una legge in qualche modo e in qualche misura ispirata dal Vajont, vuol dire che ancora oggi lo Stato, forse solo per distrazione, non onora il debito con la memoria. La causa infatti non fu l'incuria: fu l'uomo, le sue colpe, le sue complicità. Correggere questo errore, non meno grave se compiuto per distrazione, è oggi anche un dovere di tutto il Parlamento. E soprattutto mi permetto di dirlo quando, purtroppo, per queste ragioni facciamo ancora troppi conti quotidiani con inaccettabili perdite di vite umane. È successo questa mattina nel tarantino. Era capitato qualche giorno fa in Maremma.

La memoria è esigente, deve esserlo. La memoria del Vajont è stata disseppellita dalle inchieste prima e dalla letteratura poi (i documentari, il cinema e soprattutto quella straordinaria rappresentazione di teatro civile), che ne fanno un racconto collettivo. Ma questo racconto disseppellito si è davvero radicato nella coscienza nazionale? Credo che si debba andare in quei luoghi e che ci debbano andare le scuole: che vi sia comunque bisogno di fissare con gli occhi quelle montagne, quel muro di cemento e quelle tombe, di ricostruire ancora il filo della memoria con la voce viva dei sopravvissuti e dei salvati. Il racconto speciale di come era prima e quello terribile di quella sera: il frastuono, il vento che non finisce più, il terremoto delle case, le luci che si spengono, l'aria che non si fa respirare, l'acqua, le pietre, il fango, la distesa di macerie, le urla sepolte.
Per chi, come me e altri in quest'Aula, è nato dopo quel tragico 9 ottobre 1963 il disastro del Vajont non è un ricordo, però è un simbolo. Un simbolo potente dell'Italia che abbiamo costruito, nel bene e, in questo caso, nel male. Un simbolo degli errori e delle tragedie che avremmo potuto evitare. Perfino le Nazioni Unite lo citano come un caso paradigmatico di un rapporto di calcolo sbagliato dell'uomo con la terra, di ciò che non si doveva fare. Il Vajont è quell'opera dell'uomo, con la sua audacia e le sue colpe. È la violazione di un limite nella trasformazione della natura. È il rapporto superficiale con la scienza. È l'imprudenza nel perseguire il progresso.

Per tutto questo le parole di un Ministro dell'ambiente non possono limitarsi alla commemorazione. Devono avere un preciso significato politico, perché come allora, e, forse, più di allora, il rapporto dell'uomo con la natura nel processo di sviluppo è il tema del nostro tempo. Tanta strada è stata fatta dal 1963. Le vergognose vicende che portarono alla tragedia del Vajont, con le responsabilità di funzionari dello Stato, dell'allora Ministero dei lavori pubblici, oggi non potrebbero ripetersi. Le garanzia per la sicurezza dei cittadini, le tutele ambientali nell'opera di trasformazione del territorio sono acquisizioni normative, vincoli più stringenti. Eppure se guardo alle questioni con cui sono chiamato ogni giorno a confrontarmi, il disastro del Vajont resta un monito sempre attuale.
La grande questione della difesa del suolo e della sicurezza idrogeologica si pone con maggiore acutezza rispetto al 1963. È una vera e propria emergenza nazionale: 5.581 Comuni italiani ricadono in aree classificate a potenziale rischio più alto. Le conseguenze del dissesto idrogeologico sono non solo sociali, economiche ed ambientali, ma oggi come allora sono causa di rischio di eventi catastrofici ed espongono troppe vite umane che vivono in quei luoghi.

Per questo mi sono impegnato con l'intero Governo a promuovere un disegno di legge per il contenimento del consumo e del riuso del suolo, che aspetta per ora il parere della Conferenza unificata Stato-Regioni e che mi auguro sia positivo e rapido, perché questa legge – voglio dirlo a tutte le forze politiche – è un'assoluta priorità. Con lo stesso spirito, in quest'Aula, avete approvato a settembre un ordine del giorno unitario sui rischi da dissesto idrogeologico che, tra le altre cose, ci impegna come Governo a prevedere, nell'ambito della legge di stabilità, risorse aggiuntive da destinare alla prevenzione e alla manutenzione del territorio, ad assumere iniziative perché l'utilizzo di tali risorse sia escluso dal saldo finanziario rilevante per il rispetto del Patto di stabilità, ad istituire un fondo nazionale per la difesa del suolo. Anche in Commissione ambiente, alla Camera dei deputati, qualche giorno fa, è stata approvata all'unanimità una risoluzione affinché la commemorazione della tragedia del Vajont possa tradursi in una serie di concrete iniziative tese a risolvere le criticità del sistema di prevenzione e tutela del territorio.
La prevenzione è la sfida principale; è quella su cui dobbiamo concentrarci, anche in termini di sensibilizzazione, perché la consapevolezza su questo tema oggi non è molto superiore a quella di cinquant'anni fa. Abbiamo bisogno di una grande opera di riassetto del territorio, di infrastrutture ambientali che lo mettano in sicurezza, di interventi di prevenzione dai rischi legati agli assetti naturali e ai progetti di trasformazione del territorio.

Mancano le risorse – si dice – e, in effetti, quelle necessarie sono ingenti. Il fabbisogno complessivo dei piani di assetto idrogeologico ammonta a 40 miliardi di euro, di cui 11 miliardi attengono alle misure più urgenti. Al ministro Saccomanni, al quale abbiamo già chiesto nella legge di stabilità 500 milioni annui per la mitigazione del rischio, ho rappresentato l'esigenza di risolvere anche il problema del superamento dei limiti del Patto di stabilità interno per gli interventi di messa in sicurezza del territorio: una condizione, per l'impossibilità di spesa, che si aggiunge beffardamente alla scarsità di risorse. Per questa opera di riassetto del territorio è tuttavia indispensabile che in sede europea si riconosca la possibilità di utilizzare i fondi strutturali per la messa in campo di azioni di contrasto dei fenomeni di dissesto idrogeologico.

Su questo, oltre all'impegno del Governo, credo debba esserci il supporto dell'intero Parlamento. Bisogna avere la consapevolezza che i mancati interventi di prevenzione ambientale rischiano di generare un costo molto più alto per poi riparare i disastri. È quello che ci dicono tutte le stime. Quello che non dicono, invece, sono gli altri costi incalcolabili, che riguardano la vita e la salute delle persone. Non si tratta di una battaglia di ecologismo ideologico, dunque, il deterioramento del territorio, il degrado ambientale, le conseguenze dei cambiamenti climatici, la cattiva gestione dell'acqua e dei rifiuti produrranno spese insostenibili se non avremo preso le misure adeguate in tempo.
Il Vajont è sempre attuale perché richiama l'insieme delle questioni intorno alle grandi opere, specialmente in contesti naturali di una bellezza che il mondo ci invidia. Con la questione delle grande opere si tocca il punto critico del rapporto tra la tecnica e i suoi progressi e le esigenze di vita, di qualità della vita delle popolazioni. Rispetto a 50 anni fa possiamo forse vantare una maggior fiducia nella tecnica, non fosse che per le regole di prudenza che accompagnano ora progresso e sperimentazione. Non dobbiamo mai abbassare la guardia. A tenere alta la guardia sono spesso le popolazioni locali, le resistenze dei cittadini e delle comunità che non si possono sempre liquidare come "ambientalismo del no" oppure come "localismo dei no". C'è una saggezza antica delle popolazioni, di chi ha esperienza e tradizione dei luoghi che merita fiducia, attenzione e rispetto: anche questo ci insegna la tragedia del Vajont. Penso alle famiglie di Erto che si opposero, finché poterono, alla costruzione della diga; penso a chi denunciò per tempo quello che già si sapeva e si poteva evitare. Non si tratta di accettare l'opposizione alle opere: si tratta di fare un investimento nella partecipazione delle popolazioni alle decisioni. Quello che non si fece allora e che in Italia non si è mai fatto.

È solo attraverso un investimento sulla partecipazione attiva che la politica e le istituzioni a tutti i livelli possono ricostruire quel rapporto di fiducia con i cittadini largamente compromesso. Non è solo una questione di metodo, ma anche di merito, perché le soluzioni progettuali migliori, quelle che si avvicinano all'interesse generale e a uno sviluppo di qualità che rispetti e rilanci le vocazioni territoriali, non possono che derivare da un confronto, anche duro e serrato, tra visioni e approcci diversi.
Per queste ragioni, ho proposto al Consiglio dei ministri di introdurre nel nostro Paese lo strumento del débat public, attraverso procedure vigilate da un soggetto pubblico indipendente, da svolgersi in tempi certi, di consultazione delle popolazioni sulla realizzazione delle grandi opere che incidano sull'ambiente e la vita delle comunità locali. Solo se coinvolgimento e partecipazione vengono garantiti fin dall'inizio, le scelte potranno essere perseguite con efficacia e tempestività, in quanto accettate in fase decisionale e non contestate a posteriori fino allo stallo. In questo modo, anche i no potranno essere adeguatamente motivati. Si può scoprire allora, dopo una discussione pubblica responsabile, che una certa opera non si può fare in un certo luogo perché il rischio è troppo alto. Si può scoprire che a una come Tina Merlin quanto meno va dato ascolto, e non va denunciata per diffusione di notizie false e tendenziose atte a turbare l'ordine pubblico per fini politici, come avvenne cinquant'anni fa.

La memoria del Vajont oggi ci ricorda che non si possono ripetere gli errori del passato, che il cammino di sviluppo dell'uomo non può minacciare la natura o continuare a violarla, ma deve indirizzarsi verso un sentiero di sostenibilità sociale ed ambientale perché, come scrisse quella donna straordinaria – Tina Merlin, appunto – all'indomani della catastrofe, «non si può soltanto piangere, è tempo di imparare qualcosa".

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