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Val di Serchio, alla scoperta di Molina di Quosa Turismo

Firenze – Uno scritto di Antonietta Timpano dal titolo accattivante “Perché val la pena tornarci” apparso su La Voce del Serchio (poi riportato nel vol coll. Verso la foce del Serchio, Pisa Ets) aiuta a riflettere sul concetto d’identità locale e, nello specifico, sul patrimonio naturalistico, storico e artistico della Val di Serchio

Un paese, Molina – scrive la prof. Timpano – che per la sua particolare ubicazione, in mezzo a due città importanti storicamente: Pisa e Lucca, è crocevia, è luogo di passaggio di mercanti, di ambasciatori, di soldati, di contadini. Questo essere luogo di passaggio l’ha reso paese “aperto” a nuove realtà, paese “poroso” a nuove storie, come le rocce dei suoi monti. Un luogo poroso assorbe le vite e le storie e le restituisce, come il “calcare cavernoso”- nome delle rocce del monte molinese -fa con l’acqua. La assorbe dalle sorgenti naturali e la restituisce arricchita dei propri minerali”.

I riferimenti storici fanno tornare in mente i primi versi della carducciana Faida di Comune “Manda a Cuosa, in val di Serchio,Pisa manda ambasciatori,del Comun di Santa Zita ivi aspettano i signori”. Molina di Quosa, dunque, come punto d’incontro tra le due repubbliche confinanti .

Ma torniamo all’articolo della Prof. Timpano la quale osserva che Molina “si sviluppa con una struttura urbanistica a forma di croce. Dal monte scende sino all’aperta campagna di Colognole e Patrignone e dalla ‘”barriera” il confine con Rigoli, sfocia nel “vialone di Pugnano”. Ogni braccio della croce possiede ed ha sempre avuto una sua fisionomia culturale ed anche un idioma suo proprio. Il molinese del piano si distingue da quello del monte, che parla e vive diversamente, perché la morfologia del territorio ha richiesto diversi strumenti di adattamento ed ha avuto differenti storie abitative e lavorative”.

Qui ritroviamo aspetti della Toscana nord occidentale dove proprio per essere terra di confine fra tre Stati (Pisa,Lucca,Firenze) i castelli e i borghi sviluppavano, al tempo stesso, un’apertura culturale ma anche una forte identità perché occorreva affermarla e proteggerla frequenti cambi di “appartenenza” nei confronti del padrone di turno

Antonietta Timpano ricorda, infatti, che gli anziani molinesi raccontano che “in monte si parla, si mangia, si vive seguendo abitudini diverse. Ci sono inflessioni lucchesi nell’idioma. A Molina gli anziani omettono la doppia consonante ”r”. Terra diventa “tera” come nel gergo lucchese. La cucina dei “montanari” ha ricette sue proprie e una modalità sua di dosare gli ingredienti. Sembra strano osservare che, ai tempi della globalizzazione economica e culturale, un piccolo paese conservi ancora questo insieme di abitudini, dettate dalla fisionomia e dalla geografia del territorio”.

La riposta a quest’ultimo quesito è già nel titolo che segnala il piacere del ritorno, del ritrovamento delle radici, di un paesaggio familiare e, soprattutto, di quel “paesaggio umano” che è la comunità locale ricca di solidarietà e di condivisione.

Avendo parlato di Molina di Quosa merita tracciarne un profilo : lungo la strada tra Pisa e Lucca, (l’importante via consolare Aemilia Scauri che collegava Roma alla Liguria e alla Francia) parallela al corso del Serchio, l’insediamento risale all’epoca romana. Durante le invasioni barbariche gli abitanti si attestarono nella zona montana. La parte posta in pianura tornò a svilupparsi quando furono introdotti i mulini ad acqua e frantoi che sfruttando l’energia del torrente Quosa (lungo l’attuale via vecchia dei Mulini tra edifici storici e splendidi paesaggi) fecero di Molina un centro per la lavorazione dei cereali e delle olive, di primaria importanza per la Repubblica marinara (Tra l’altro si ricorda che dopo la conquista fiorentina di Pisa, Lorenzo de’ Medici nel 1475 fece scavare a Ripafratta un canale che azionava un mulino di sua proprietà, ancora visibile in paese).

Proprio per la sua importanza economica Molina fu a lungo contesa e Pisa provvide a fortificarla con mura, torri e due castelli il più antico di origine longobarda e il secondo di ampie proporzioni in grado di ospitare non solo la guarnigione ma, in caso di pericolo, anche gli abitanti come ricorda nelle sue Croniche Giovanni Sercambi (citato da M.Noferi, Molina di Quosa e la sua storia dove si parla dettagliatamente dei due castelli e delle loro vestigia )

Fra i monumenti significativi di questa località, la splendida Villa cinquecentesca Le Molina con un loggiato a cinque arcate e due ali laterali che formano un ampio cortile. All’interno e nella loggia affreschi eseguiti da autori famosi come l’Ademollo e preziosi trompe-l’oeil.

Inoltre, ricordiamo l’eremo –monastero agostiniano di Rupecava (in territorio di Ripafratta) sorto attorno ad un a serie di grotte che ospitarono nel medioevo gli eremiti dei Monti Pisani In una di queste grotte secondo la tradizione avrebbe soggiornato Sant’Agostino che vi avrebbe scritto il “De Trinitate” una delle sue opere più famose,come riportavano alcune opere pittoriche del XVII secolo .

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