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Variante urbanistica, levata di scudi: “Letale per Firenze, va soppressa” Breaking news, Cronaca

Firenze – Urbanisti, architetti, politici non hanno dubbi: la variante urbanistica che concerne la ristrutturazione edilizia degli immobili storici  e che riguarda l’ormai famoso art.13, rischia non solo di smantellare il centro di Firenze (patrimonio dell’umanità) ma di  mutare il senso dell’intera area cittadina. Il tema, su cui da tempo si sta svolgendo una dura battaglia, è stato messo su tavolo oggi in un incontro con la stampa che si è svolto a Palazzo Vecchio. Protagonisti, la capogruppo del Gruppo Misto, esponente di Potere al Popolo, Miriam Amato, e gli urbanisti e architetti dell’Università fiorentina Giorgio Pizziolo, Antonio Fiorentino e Roberto Budini Gattai. In sintesi, il tema è questo: la Variante al Regolamento Urbanistico elimina di fatto il restauro, sostituendolo con la ristrutturazione edilizia.

Così il gruppo, insieme ad altri appartenenti al Laboratorio politico “perUnaltracittà” (fra i quali Ornella De Zordo e Ilaria Agostini), presenteranno 14 osservazioni alla delibera adottata, depositandole alla Direzione Urbanistica. “Abbiamo anche lanciato un appello – aggiunge Amato – e abbiamo raccolto 1.099 firme online contro la rottamazione e la svendita di Firenze, che si avrà con l’approvazione definitiva di questa delibera di Variante. Fra i pezzi più pregiati che saranno suscettibili di ristrutturazione edilizia tout court, senza limitazioni si precisa nella delibera: dalla Villa di Rusciano alla Manifattura Tabacchi, dall’ex Teatro Comunale all’ex Cassa Risparmio di via Bufalini, dalla Fortezza da Basso alle ex Grandi Officine Riparazioni, dall’ex caserma Cavalli del Cestello all’ex caserma Ferrucci di S. Spirito, dall’ex Caserma Redi di via Micheli all’ex Palazzo delle Poste. Non è un caso che molti di essi corrispondano alle “Aree di Trasformazione” del RU e altre siano anche presenti nei Piani di alienazione”.

Le critiche sono svariate, ma tutte promanano da un principio fondamentale, vale a dire quello che viene considerato il tentativo di trasformazione totale del centro storico in una sorta di grande bazar dell’immobiliare, sempre più appetibile per multinazionali e grandi soggetti economici. Un disegno, dicono gli intervenuti, totalmente coerente con l’abbattimento di quelle “rigidità” che sole riescono a salvaguardare un patrimonio storico. In qualsiasi città del mondo, tanto più a Firenze.

In effetti, l’art.13 o meglio la sua modifica nel senso voluto dall’amministrazione costituirebbe un caso quasi unico in Italia di abbassamento importante delle tutele di un centro storico che non solo è fra i più importanti d’Europa e forse del mondo, come prova la sua elezione a sito Unesco, ma che è patrimonio di storia architettonica, letteraria, visiva. In particolare, sotto tiro quella definizione, “ristrutturazione edilizia con limitazioni”, che non solo non dice nulla e dunque consente tutto, ma non ha neppure, come sottolinea Miriam Amato, “una normativa di riferimento”. “La delega alla Sovrintendenza sugli immobili di sua competenza è una deroga al principio costituzionale di pianificazione del territorio che compete al Comune”, sottolinea.

 

Di fatto, ciò che succede se la variante all’art.13 dovesse passare (a settembre verosimilmente potrebbe transitare in consiglio comunale) è che le opere di intervento sugli immobili storici non si limiteranno più al solo restauro. La categoria “ristrutturazione edilizia” è molto ampia e permissiva, e “ristrutturazione edilizia con limitazioni” abbiamo visto che è categoria perlomeno confusa. O meglio, ancora senza significato preciso. Perciò, ed è questo il timore degli intervenuti, l’approvazione della variante può dire solo una cosa: via libera a quella svendita del centro che di fatto espelle cittadini residenti, vecchi e nuovi, per consegnare il tessuto storico urbano, quello più appetibile e ambito, ai grandi soggetti in grado di comprare. E, a questo punto, trasformare. 

“Se la vediamo in una logica urbanistica più completa e consideriamo la cosiddetta città metropolitana – dice Pizziolo – allora ci accorgiamo che l’alterazione del centro storico comporta la trasformazione radicale anche di tutto il resto. Anche perché “il resto”, dall’aeroporto allo stesso piano di Castello, sono in funzione di un centro storico distrutto e dove si possa esercitare una logica di mercato estesa, in cui di fatto l popolazione verrà espulsa ancora di più di quanto non sia, mentre il centro diventa una specie di bazar, di luna park, non so come chiamarlo, in preda a un turismo internazionale che probabilmente porterà milioni di persone che non capiranno assolutamente nulla in quanto ormai il centro è distrutto”.

Ma c’è anche un’altra questione, ricorda Pizziolo, che deve essere messa sul tavolo. “La questione riguarda gli articoli 41 e 43 della costituzione, secondo cui i Comuni non possono vendere la proprietà. Si tratta infatti di “gestori”, “amministratori”, non di proprietari”. Ciò significa, in soldoni, che il Comune in quanto ente pubblico “gestore” di bene pubblico,  non può vendere le “sue” proprietà. Un principio che, se si cominciasse ad applicare puntualmente, porterebbe a una bella svolta nella situazione.  Insomma ciò che si affaccia è il concetto di patrimonio “indisponibile”: l’amministratore è chiamato a gestire un bene pubblico. Punto. Non può, in quanto gestore, venderlo. Non è proprietario. E chi è il proprietario, aggiungiamo noi? Il popolo, dal momento che, nelle concezioni repubblicane e democratiche dello stato, titolare dei beni pubblici è il popolo al posto del sovrano. Non per niente si parla di popolo sovrano.

“Secondo me è importante descrivere il meccanismo interno della Variante, in quanto, essendo molto tecnico, il discorso deve essere reso intelligibile, per comprenderne le alterazioni e le forzature”,  spiega l’architetto Antonio Fiorentino. All’apparenza, la Variante è molto semplice: varia un articolo del regolamento urbanistico,  l’art.13, “che è articolo – ricorda l’architetto – che stabilisce come si interviene sul patrimonio edilizio della città. In particolare sul patrimonio storico architettonico notificato dalla Sovrintendenza, notificato assimilato, patrimonio moderno ma con caratteristiche significative, patrimonio storico diffuso della città. In buona sostanza, è una modifica che coinvolge il 42% degli immobili dell’intero territorio comunale, quasi un edificio su due. E che dunque ha un impatto enorme”. La Variante in cosa consiste dunque, nel suo senso più puro? “Facilita – spiega Fiorentino – gli interventi di manomissione, modificazione interna ed esterna di questo patrimonio. Dai monumenti al tessuto storico diffuso”.

Ma perché accade questo? “Probabilmente perché un patrimonio sottoposto a una tutela “intelligente” è poco appetibile dal punto di vista della grande speculazione immobiliare e turistica – continua Fiorentino – E’ un patrimonio che conserva delle rigidità positive di tutela. Per chi invece vuole utilizzare la città come una cassa bancomat, queste rigidità sono senz’altro negative. Consente dunque, la variante, di rendere più appetibile questo patrimonio, di poterlo frazionare, soppalcare, modificare le facciate, modificare la quota di imposta dei solai, frazionare l’intero stabile. Vendendo più facilmente, la città è come sempre preda dei procacciatori di affari, dei costruttori edili. Di fatto, un favore che l’amministrazione, magari inconsapevolmente,  rende a questo tipo di personaggi. La conseguenza? Un mercato immobiliare i cui valori schizzano alle stelle (del resto, il mercato immobiliare di Firenze non ha conosciuto la crisi). Fatale l’espulsione dei residenti, quei pochi che rimangono: i fiorentini sono in fuga e si riversano sul circondario. Allora, bisogna riconvertire l’economia della città, ristabilire il controllo delle trasformazioni e delle destinazioni d’uso, in maniera tale da rendere questa città più vivibile e in modo che ne sia privilegiato l’uso collettivo per i residenti. Vecchi e nuovi”.

“Questa nostra posizione va nella direzione della salvaguardia di un patrimonio mondiale dei cittadini che è un testo culturale, è la Bibbia – conclude l’urbanista Roberto Budini Gattai – l’operazione in atto è paragonabile a voler riscrivere la Divina Commedia a fumetti, non è la stessa cosa. La funzione che si accingono a svolgere  gli amministratori, che sono su un altro mondo, è quella dei “facilitatori di affari”, come si desume dall’orgoglio con cui gli amministratori annunciano le loro performances alle grandi fiere internazionali di vendita immobili”.

Un esempio? Villa di Rusciano, una delle tre grandi ville pubbliche che si trovano a perfetta equidistanza dalle porte della città (villa Strozzi da porta San Frediano, villa Fabbricotti da porta San Gallo).  Una villa lasciata decadere, con la vendita di immobili legati alla stessa. Conclude Budini Gattai: “Operazioni discutibili, anche perché i soldi non sono stati legati al restauro, come sarebbe dovuto accadere. Non si può vendere Palazzo Vecchio o Palazzo Pitti. Villa di Rusciano, le grandi ville pubbliche, sono come Palazzo Vecchio. O Palazzo Pitti”.

Foto: un momento del presidio contro la vendita della Villa di Rusciano

 

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