energee3
logo stamptoscana
badzar
energee3
badzar

Ve lo do io il burkini: riflessioni sulla laicità e la libertà religiosa Opinion leader

Firenze – Questa polemica estiva sul burkini è troppo ghiotta e offre troppi spunti per non tuffarcisi a capofitto. Premetto, a scanso di equivoci, che i miei personalissimi favori vanno alla Francia e alla sua fede plenaria nello Stato laico: al di là della drammaticità del momento segnata dal rigurgito di un fondamentalismo islamico che suggerisce contromisure e cautele, trovo infatti civile, in una società ormai multietnica, un’istituzione super partes che circoscriva al privato ogni manifestazione religiosa vietandole nei luoghi pubblici (scuole, tribunali, ospedali, ecc.). Assolutamente da vedere in proposito il bel film Una volta nella vita purtroppo confinato in distribuzioni periferiche.

In Francia, dove la comunità musulmana conta ormai molti milioni di individui, ci si integra dunque solo accettando in toto la supremazia dello Stato sulle culture particolari. Di mezzo, last but not least, c’è anche la libertà della donna: non pochi sostengono che le musulmane hanno diritto a vestirsi come meglio credono, ma neppure si può negare che il burka, anche nella sua versione balneare, nega alla donna la libertà di gestire il proprio corpo (e la propria vita) riservandone l’esclusiva al marito o ai maschi di famiglia. E che sia il Corano a comandarlo oppure usanze ataviche poco importa.

Per certi aspetti più interessante, perché pragmatica e liberale, appare la soluzione multiculturale che al problema hanno invece dato in Inghilterra: nessuna restrizione, tutti i costumi sono ammessi ovunque, purché si rispetti la legge. Oltre Manica, perciò, il NO al burkini appare senza senso. Ma il risultato di questo modello è che ogni etnia vive in un proprio circuito chiuso, cosicché il Regno Unito è costituito ormai da un insieme di isole, tante quante le nazioni del commonwealth, per lo più non comunicanti, dove si perpetuano lingua e riti originari, fenomeni ben descritti da cronache, cinema e letteratura.

Mentre anche la Germania della signora Merkel annuncia di voler imitare la Francia, la risposta più equivoca non poteva che arrivare dall’Italia. Da noi c’è libertà di culto, ha detto il ministro degli interni Alfano, sì al burkini anche per evitare provocazioni. Perché la risposta è equivoca e furbastra? La libertà di culto vige anche in Francia e Germania, dunque non è questo il punto. Il punto, per il ministro e per la cultura che lo ispira, è che non si deve svegliare il can che dorme, caso mai gli venisse in mente di mordere. Fuor di metafora, è una risposta dettata non dal coraggio, non da convinzioni profonde, non da un ideale comunque condivisibile, bensì dalla manzoniana prudenza di chi il coraggio non se lo può dare, dalla paura di reazioni della comunità musulmana se non di un qualche bombarolo kamikaze.

La cosa ha non pochi precedenti storici. Per esempio nel 1938, si parva licet, le potenze vincitrici della prima guerra mondiale riunite a Monaco concessero a Hitler gran parte della Cecoslovacchia per timore di un nuovo conflitto. La pace temporanea sembrò un successo a tutti fuorché al sanguigno Winston Churchill che attaccò violentemente il suo premier Chamberlain firmatario di quell’accordo. Disse proprio così: “Tra la guerra e il disonore avete scelto il disonore. Ma avrete anche la guerra”. Profetico, come noto.

C’è da sperare che oggi non vada come allora. Ma non c’è dubbio che tra affermare la laicità dello Stato e calare le braghe, Alfano abbia scelto le braghe. Ovvero: nel momento in cui non solo a destra, ma anche nell’intellighenzia di sinistra si rimettono in gioco certe convinzioni e idées reçues in tema di relativismo culturale, il nostro governo ripropone per intero l’argomento confermando che ogni cultura ha un suo valore a prescindere e che ognuno può fare un po’ come gli pare, poligamia esclusa almeno per il momento.

Va detto che l’influenza della chiesa cattolica in queste decisioni è tutt’altro che secondaria. Pochi giorni fa anche il vescovo di Firenze Betori è stato chiaro in materia parlando di “convivenza tra culture e religioni in cui vanno riconosciuti i diritti di libertà di ciascuno e dell’esercizio dei rispettivi culti, senza peraltro dimenticare di auspicare libertà di religione nel mondo”. Papa Francesco ha del resto tracciato la via e si capisce quindi che proibire il burkini avrebbe inevitabilmente ricadute anche su tante altre questioni delicate e controverse oggi tabù. Meglio quieta non movère.

C’è comunque da dire che i dialoghi interreligiosi, in questi anni assai à la page (esiste perfino un Festival delle religioni), rappresentano quanto meno un tentativo incruento di mettere a confronto fedi che in passato si sono trucidate a vicenda in sanguinosissime guerre secolari. Benché non sia tutto oro quel che luccica, né tutto dialogo quel che emerge. In Vaticano, tanto per dirne una, si parla ancora di evangelizzare il mondo, ipotesi con cui forse non tutto il mondo è d’accordo. Quanto all’islam si tratta di capire se i pochi imam che partecipano ai suddetti dialoghi hanno un seguito e in quale misura. Non tanta, a occhio e croce. E anche se pochi è sempre meglio di nessuno, c’è molto da lavorare tra chi tifa Isis e nel mare magnum dell’indifferenza. D’altra parte, per certi parroci un musulmano in chiesa è ancora un sacrilegio. Alla faccia del dialogo.

Tra tante prese di posizione di ogni colore e sentimento mi si lasci in ogni caso segnalare il filosofico pensiero di Massimo Bucchi in una sua recente vignetta su Repubblica. ‘Che cosa ne pensa del burkini?’, chiede l’intervistatrice a un serafico signore. Risposta: “Bellissimo paese. Una vacanza magnifica”. Ecco. 

Print Friendly, PDF & Email

Translate »