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Venerdì 17 gennaio Idee per la sera

Teatro delle Arti – via G. Matteotti 5/8 – Lastra a Signa (Firenze)
Compagnia Teatrale Katzenmacher
presenta
REQUIE A L'ANEMA SOJA
Il cilindro – I morti non fanno paura

due atti unici di Eduardo De Filippo
regia Alfonso Santagata
con Rossana Gay, Giovanna Giuliani, Johnny Lodi, Francesco Pennacchia,
Massimiliano Poli, Alfonso Santagata
Perché temere i morti quando i vivi sono ben più pericolosi? Alla domanda cercò di trovare risposta il grande Eduardo De Filippo con le Cantate eduardiane. E ci prova adesso un altro nome eccellente del teatro italiano, l’attore, regista e autore Alfonso Santangata, che a capo della sua compagnia Katzenmacher porta venerdì 17 gennaio al Teatro delle Arti di Lastra a Signa lo spettacolo “Requie a l'anema soja”.
Due atti unici, “Il cilindro” e “I morti non fanno paura”, in cui per paradosso, sotterfugi ed espedienti, la morte per farsa costituisce uno dei filoni principali attorno a cui vediamo dipanarsi le vicende. Alfonso Santagata, con l’originalità ed i colori accesi da una grande passione per il meridionalismo, in questo nuovo lavoro pone l’accento su un Eduardo acuto e tagliente, giocatore instancabile della vita ed esorcizzatore della morte.
Nel primo episodio, scritto nel 1965, personaggi smagriti da un povertà caricaturale ruotano come marionette intorno ad un cilindro, con cui il protagonista dispensa magie salvifiche dai creditori e rituali di sotterfugi per aggirare gli avventori sprovveduti. Nel secondo, del 1926, ci troviamo nella camera – ambita da una serie di affittuari variegati – dove giace un finto morto, che fa esplodere, come sotto un riflettore potente, i tratti più istintivi ed emozionali dei personaggi. Il risultato è una cantata macabra ed esilarante che non manca di farci divertire e riflettere sulle credenze ingenue e ridicole della quotidianità.

Teatro cantiere Florida – Firenze
In Prima Nazionale al Teatro Cantiere Florida, in due repliche – venerdì 17 e sabato 18 gennaio 2014, ore 21.00 – L'Officina presenta RE-CORDIS. E poi, lentamente, dimentichi di e con Samuele Cardini e Monica Baroni.

 

Un lavoro ispirato ad una sezione di scatti fotografici di Duane Michals " Il Paradiso Perduto".

L'alternanza di sei fotogrammi, riportano in un tempo non definito due figure, un Adamo e un' Eva ,che sradicati dal Paradiso abbandonano le loro "Vesti di Luce", scoprendosi fragili e consapevoli. La dualità è accentuata dal bianco e nero, simbolicamente opposti e allo stesso tempo compatibili, come il lavoro coreografico che, attraverso il corpo racconta degli opposti che ricercano un unità, rintracciabile e recuperabile solo nel ricordo.

Bene e male, uomo e donna, moto e stasi, ascesa e declino, opposti che trovano il loro equilibrio, in un ciclico e naturale passaggio, gli uni negli altri, lasciando traccia nelle memorie. Persi in uno spazio tempo che sentono non appartenergli, le due figure rievocano un passato, rivivono dei flashback che li riconduce all' origine, all' essenza, a quell' Eden dove diverso e uguale perdono il loro senso, dove la nudità è sinonimo di neutralità.

 

"Abitando il mondo, il corpo contrae abitudini in uno spazio che non lo ignora, tra cose che parlano del suo vissuto; conoscere e riconoscere è sentirsi a casa, tra oggetti carichi di significato e sottratti a l’anonimato. I gesti abituali consentono, allora, al corpo, di sentirsi tra le sue cose, creando dei ricordi che rendono al corpo una memoria.

Cose, persone, situazioni mi circondano, occupano il mio spazio vitale. Variano di velocità, di intensità, influiscono sui miei ritmi, sui miei stati d’animo. Mi devo adattare, cercare un accordo tra gli altri corpi e il mio, linguaggi diversi che devono trovare un focus comune. È un dialogo silenzioso: i pensieri degli altri stimolano il mio stato, e viceversa, in un continuo passare e ripassare da immagini che insieme viviamo e riviviamo, come in un album di ricordi. Poi, di colpo, non c’è più niente, e sono solo, in uno spazio vuoto, che vive di ricordi depositati nella mia mente, stampati sulla pelle, e di semplici e intense attese. Lo sfrutto per riflettere, per rivivere delle emozioni: il ricordo diventa uno spazio fisico della memoria, mentre il corpo assume le forme di quelle emozioni che si depositano come immagine del nostro vissuto. Nel movimento trovo una memoria che non ha coscienza, che agisce e ci fa agire raccontando, senza storia, la nostra esperienza. Mi fondo di nuovo negli altri, in attesa di poter vivere ancora la mia solitudine

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