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Venti di guerra in Medio Oriente Opinion leader

Non è qui il proposito di tratteggiare, sia pure per sintetici cenni, i contesti diplomatico-internazionali che le hanno precedute e nei quali si sono concluse. Basti accennare alla tensione internazionale che precedette la Guerra dei Sei Giorni e quella d’oggi, sottotraccia alle notizie delle fiamme divampate in Egitto e della recentissima vittoria dei Fratelli Mussulmani alle elezioni in quel paese.
Allora l’ottenuta richiesta di Nasser al segretario generale dell’ONU U-Than di ritirare i Caschi Blu d’interposizione alla frontiera con Israele, le infiammate, aggressive dichiarazioni del Rais e infine il blocco degli Stretti di Tiran, tacitamente consenziente l’URSS che aveva armato l’Egitto. Non passarono un paio di settimane di normali, consuete giornate in Israele, con spiagge affollate anche di soldati in licenza (fra l’altro Moshe Dayan, ministro della Difesa, rilasciava dichiarazioni tranquillizzanti), e il 5 giugno, il sole mattutino già accecante, la IAF (Israel Defence Force) con un raid improvviso schiacciava al suolo l’intera aeronautica egiziana.
Nel teatro mediorientale la scena era stata ovviamente diversa da quell’attuale. Eppure le analogie non sono indifferenti. È sufficiente sostituire all’Egitto di Nasser nel 1956 l’Iran di Ahmadinejad. Gli altri protagonisti sono gli stessi: Israele ovviamente e gli USA, allora dietro le quinte della Guerra Fredda, oggi apertamente a fianco di Israele.
Già l’8 novembre secondo Haaretz, il quotidiano di Tel Aviv in lingua inglese segnalava che il ministro della Difesa Ehud Barak aveva dichiarato che, malgrado voci diffuse in Francia e in Russia, Israele non aveva ancora deciso di bombardare gli impianti nucleari iraniani. Il 15 novembre, ancora Haaretz, informavaa che Simon Peres parlando alla TV americana CNN, aveva dichiarato che il mondo non ha bisogno di un assalto militare al programma atomico iraniano la cui questione riguarda tutti, come la crisi economica e occorre un generale “engage in a ‘moral’ attack on Iran”; le iterate dichiarazioni concilianti, anche recenti di Ehud Barak alla Radio israeliana (Haaretz, 1° dicembre), seguite alle affermazioni di Martin Dempsey, capo di Stato Maggiore generale USA, di non sapere se Israele avvertirà preventivamente gli Stati Uniti qualora decidesse un’azione militare contro l’Iran: certamente, Israele non racconta gli intenti militari, eppure lo Stato Maggiore USA si aspetta un attacco. Troppo insistenti le smentite per non tenerle in sospetto. La questione ferve nella stampa e gli altri media internazionali e israeliani con fondate dichiarazioni di ex responsabili dei servizi (Meir Dagan, già direttore del Mossad; Amos Yadlin, già capo del Military Intelligence); molto meno in quelli italiani, da quasi vent’anni occupati dalle gesta di Berlusconi e Bossi.
Si scrive e si commenta che Netanyahu e Barak abbiano già deciso l’attacco preventivo, ma non abbiano ancora convinto tutti i ministri. Probabilmente attendono – forse – il via libera dalla Casa Bianca incerta; eppure è stata indicativa la segnalazione il 30 settembre scorso di Haaretz della autorizzazione di Obama alla vendita a Israele di 55 bombe bunker-husting adatte a esplodere in profondità, fino ad allora negata anche da Bush. Come sempre Obama sarebbe attanagliato dal vano desiderio di aprire al mondo islamico (discorsi all’Assemblea dell’ONU il 23 settembre 2009 e del Cairo il 4 giugno 2009, plauso alla ‘Primavera araba’) e dall’impossibilità di contrastare i governi israeliani (pluridecennale simbiosi militare). Soprattutto a un anno dalle elezioni Obama non può permettersi l’ostilità dell’AIPAC (American Israel Public Affairs Committee), potente, organizzazione non solo ebraica, influente nel Congresso dove conta numerosi aderenti al Senato e alla Camera dei Rappresentanti, appiattita sui governi israeliani, specie se del Likud.
Nulla di sorprendente nelle rivelazioni di piani militari contro l’Iran: è da anni occupazione di routine degli Stati maggiori USA e israeliano, ma nel frattempo è maturato un quadro internazionale che suggerisce attenzione alle indiscrezioni trapelate nella stampa.
La crisi attanaglia le economie degli stati occidentali e distoglie l’interesse delle pubbliche opinioni e delle cancellerie dai fatti mediorientali; gli USA vulnerabili economicamente e isolati diplomaticamente (vedi la Palestina Stato Membro dell’UNESCO a dispetto degli USA), prossimamente non più unica superpotenza e in grado di assicurare Israele di impenetrabile protezione militare;  l’Iran non ancora in grado di sferrare un ‘secondo colpo’ devastante (nucleare) ad un attacco militare israeliano sono gli aspetti più evidenti di una contingenza che probabilmente spinge Netanyahu e Barak a chiedersi ‘se non ora quando?’

Francesco Papafava
 

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