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Vi racconto l’Iran, al di là dei pregiudizi Middle East Now

Felicetta gestisce la casa editrice Ponte33 che pubblica letteratura contemporanea di lingua persiana. Per l’edizione di quest’anno del festival Film Middle East Now ha curato la selezione di film iraniani.
Da quanto dura la tua frequentazione dell’Iran e com’è stata la tua esperienza lì?
Sono andata in Iran per la prima volta nel 1982 quando il paese era già in guerra contro l’Iraq. La rivoluzione del 1979 aveva cambiato molte cose portando sulla scena nuove classi sociali prima emarginate, e cominciavano a farsi sentire i pesanti effetti della guerra ‘imposta’ dall’Iraq. Sono tornata in Iran dieci anni dopo, nel ’92, per pochi mesi e poi dal ‘93 al ‘94 per un anno, perché con l'aggravarsi del conflitto e la pioggia di missili iracheni sulle città iraniane, il soggiorno in Iran non era certo consigliato. La guerra era finita, Khomeyni era morto e il paese – un paese pieno di giovani – si trovava di fronte ai problemi della ricostruzione. In quegli anni ho lavorato all’ambasciata italiana di Tehran, occupandomi soprattutto di stampa, mentre nel 2000 vi sono ritornata come addetto culturale. Dopo le riforme del presidente Khatami, l’Iran viveva un momento di grande fermento culturale, di apertura verso l’occidente e contaminazioni positive nel campo delle arti. L’Italia è stato il primo paese che ha ripreso i contatti con l’Iran e ha avviato scambi culturali di un certoo rilievo. Nel 2000 il primo concerto di musica classica dopo la rivoluzione organizzato da noi dell’ambasciata in un teatro pubblico, è stato un enorme successo.
Qual è la situazione sociale e culturale dell’Iran, vista dall’interno?
L’immagine che si ha da qui dell’Iran è di un paese avvolto nel manto nero della reazione e del conservatorismo, ma la realtà è diversa. L’Iran sta attraversando un momento difficile dal punto di vista politico e sociale. Vive una forte crisi economica, come anche l’Europa, e la lotta interna tra le varie fazioni rende il potere politico meno stabile e quindi più propenso a imporre restrizioni per auto-conservarsi. Le difficoltà per gli artisti sono quindi legate a un maggiore controllo, ma anche di natura, diciamo, burocratica. Vengono concessi meno permessi e meno aiuti a chi non è percepito come favorevole al sistema, ma si lavora lo stesso. La propensione degli iraniani a conoscere e ricevere impulsi dal mondo esterno, a viaggiare, usare internet, tenere i contatti con la comunità all’estero, si tramuta in un fermento culturale da qui inimmaginabile, e se le forme di arte più ‘occidentali’ per i canoni 'locali', come la musica rock o i graffiti, subiscono una maggiore restrizione, il potenziale culturale di questo paese continua a essere espresso, in modo ricco e diversificato.
Anche la posizione della donna nella società è forse più complessa di quella che a volte identifichiamo nello stereotipo della donna silenziosa col chador…
Le donne in Iran hanno un ruolo importante e attivo, molto più di quello loro concesso ufficialmente da una società maschilista, simile in questo – bisogna ricordarlo – a molte società del bacino mediterraneo. L’espressione della sessualità è invece problematica, sia nella quotidianità che nelle arti. Chiaramente qui  entra in gioco il costume sociale, esasperato però dall'ideologia e dalla politica. In ogni caso le donne artiste hanno la possobilità di esprimersi e lo fanno anche in maniera molto forte, come dimostra Listen, la mostra di opere di Newsha Tavakolian, che va a toccare un punto dolente della società iraniana e del rapporto con l’autorità.
Infatti nella selezione ci sono sia film di registe donne, sia film che parlano apertaente della condizione delle donne, come il documentario The other side of Burka di Mehrdad Oskouei…
Oskouei è uno fra i più affermati documentaristi iraniani, per questo abbiamo deciso di dedicargli una piccola retrospettiva personale.  La sua dote principale è uno sguardo delicato, attento ai dettagli e all’interazione con i personaggi, che allo stesso tempo va molto in profondità. In The other side of Burka, è riuscito a dare alle donne intervistate nell’isola di Qeshm la fiducia di stare davanti alla telecamera e parlare con estrema libertà di se stesse. Sono donne molto povere, non istruite, ma combattive, forti, consapevoli della loro condizione e degli strumenti per migliorarla. The last days of winter e It’s always late for freedom sono invece  ambientati in un carcere minorile di Tehran, e attraverso i racconti dei ragazzi mettono a fuoco i problemi della società da cui provengono: la povertà, la droga, la vita in grandi agglomerati urbani. A loro è data una possibilità di recupero e di socializzazione positiva, e il regista riesce a mettere tutto insieme, il passato drammatico e la prospettiva nuova.
Poi c’è la sezione dei corti di animazione, che darà la possibilità al pubblico di conoscere altri illustratori iraniani oltre alla già nota in occidente Marjane Satrapi…
L’animazione è un settore molto vivace in Iran, che si sviluppa dall’attenzione al disegno e alla grafica a sua volta basata sulla tradizione della miniatura. Marjane Satrapi, oltre a essere un’artista, è una figura molto rappresentativa di una parte dell’Iran. Viene da una famiglia benestante, discendente dalla nobiltà qajar, ma che aveva comunque sostenuto, da posizioni di sinistra, la lotta contro lo shah Reza Pahlavi e l'avvento della rivoluzione.  In Persepolis la Satrapi descrive molto bene il momento in cui le famiglie come la sua hanno  capito che il loro progetto politico non corrispondeva a quello della repubblica islamica  e hanno cominciato a mandare i figli all’estero. Molti, da noi, hanno letto Persepolis solo come una condanna della rivoluzione, invece c’è dentro, secondo me, la raffigurazione molto forte di un mondo in trasformazione, con tutti i conflitti che questo comporta, oltre al tema della difficoltà di integrarsi in un paese straniero, lontano dalla propria cultura e dai propri affetti. I am Nasrine di Tina Gharavi racconta vent’anni dopo questo stesso spaesamento. Il film narra la storia di una ragazza della classe media, che costretta a lasciare clandestinamente l'Iran, fatica ad ambientarsi in Inghilterra, in una società che ha modelli e costumi tanto diversi dai suoi. È un film intenso e triste, che fa riflettere sulla condizione di solitudine in cui si trovano le persone sradicate dalla propria terra.
I libri pubblicati da Ponte 33 stanno avendo una buona accoglienza?
I risultati di pubblico sono positivi, perché evidentemente c’era il desiderio di conoscere meglio la realtà iraniana o afghana.  Il progetto sul quale si basa la casa editrice è quello di  tradurre scrittori (in realtà le scrittrici, almeno in Iran, sono la maggioranza) che vivono nei loro paesi e che danno voce alla 'normalità' delle loro realtà. In fondo è lo stesso criterio che è stato usato per selezionare i film per il festival. Nel caso dei film iraniani ho cercato di diversificare per dare un’idea completa della società del paese, dalle classi alte di Felicity Land ai ragazzi dei riformatori. Il problema grosso per me è stato dover sacrificare tante pellicole, tanti registi. Avrei voluto portare tutto! Ma ho già pronto un pacchetto di film che spero si possano mostrare in altre occasioni durante tutto l’anno.
vai allo speciale STAMP Middle East Now


 

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