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Caso Pomigliano: scene di desolazione civile Opinion leader

Vale a dire gridare il pubblico disappunto a fronte di fatti che ledono gli aspetti morali più forti e veri; quando cioè si verifica una ferita che ha un senso valoriale preciso e che, per un verso o per un altro, non si ritiene di far passare sotto silenzio poiché un popolo che si definisce “civile” ha pure una coscienza che glielo impedisce. Dall’Italia l’indignazione sembra essersi allontanata da un pezzo e non pare nemmeno che sia sulla via del ritorno. Certo che non mancano invettive, delegittimazioni, anatemi, senso di schifezza verso quanto è malversazione di cose pubbliche,ma indignazione no; vi è più rabbia antropologica che cifra morale. Vi è più accusa – cosa naturale e legittima, naturalmente – che denuncia di un qualcosa di cui non  solo è giusto, ma quasi doveroso, vergognarsi in quanto italiani, appunto!

Dal generale al particolare: 19 operai della Fiat di Pomigliano colpevoli di avere in tasca la tessera della Fiom Cgil, vengono scaricati, come lavoratori, dalla fabbrica la quale continua, tuttavia, a pagare loro lo stipendio. Inaudito e vergognoso, ma la cosa non sembra, al momento, aver sollevato quel polverone politico che merita come se vivessimo in un Paese narcotizzato dal governo dei tecnici e la tanto conclamata idea forneriana della “mobilità in entrata” possa essere anche concepita come l’”impossibilità di entrata”; nella fabbrica cui si lavora, evidentemente.

Titoli di giornale, servizi televisivi, giusta presa di posizione di Maurizio Landini, dichiarazioni di ruolo di qualche politico e poi la pietosa dichiarazione della signora Fornero: “Il governo non ha margini di intervento. Mi rammarico perché dalla contrapposizione non nascono mai cose positive”. Dichiarazione cinica e gelida; non diciamo impolitica poiché, visto il personaggio, va da sé che ella non sa nemmeno di cosa si tratti; ma moralmente indifferente, come a dire: in fondo se la sono cercata. Aggiungiamo che tale risposta fa emergere pure un illiberalismo spesso, poiché il senso della contrapposizione è proprio del liberalismo; ma forse è troppo pretendere che il ministro – meno male ancora per pochi giorni – abbia letto il suo concittadino Luigi Einaudi!

Nella decisione della Fiat, ossia di Marchionne, vi è un qualcosa di peggio anche rispetto a colui che, nella storia della Repubblica, è ancora considerato come il più grande avversario della sinistra operaia, e non solo, ossia Mario Scelba che un giorno, in Senato, Emlio Lussu appellò come “mistico della violenza”. Scelba infatti, non solo discriminava, ripuliva le fabbriche e gli uffici pubblici da socialisti e comunisti, creava la Celere per lanciare le camionette della polizia contro i manifestanti, ma pure faceva sparare. Insomma, i suoi nemici li prendeva sul serio e qualche volta li lasciava sul lastrico della strade e delle piazze italiane; si considerava in guerra e come tale si comportava.

Tutte cose che si commentano da sole, ma certo Mario Scelba, che aveva in odio pure gli intellettuali poiché vedeva rosso dappertutto,non toglieva a coloro che considerava nemici dello Stato democratico, la loro dignità, quella che si riconosce anche agli eserciti avversari. Marchionne, no; al lavoratore, infatti, vuole togliere ciò che ad esso sta più a cuore: la dignità del lavoro. Lo fa con supponenza e disprezzo; menefreghismo delle leggi e della stessa Costituzione.
L’episodio di Pomigliano segna l’acme di un quadro di desolazione civile e di reale preoccupazione per la nostra democrazia; anzi, per l’idea stessa di democrazia che sempre più sta prendendo piede in Italia. Tra poco, anche la sola pronuncia della parola “diritto” suonerà come un attacco alla produttività, ai mercati, all’Europa – questa non manca mai, naturalmente – quasi si trattasse di una parolaccia o, peggio ancora, di un non senso.


Paolo  Bagnoli

Foto: tg24.sky.it

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