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Vicenda Sarri/Mancini: l’ipocrisia nell’uso delle parole Opinion leader

Firenze – Nella stampa che sono riuscito a leggere sulla vicenda Sarri/Mancini non ho trovato traccia di un punto di vista diverso che considero rilevante.

Premetto che continuo a pensare (so bene che si dirà che questo è il solito vittimismo meridionale) che vincere contro le squadre a strisce implica saper vincere anche giocando 11 contro 12. Il che significa non soltanto saper sopportare, senza perdere la calma, arbitraggi iniqui, ma anche saper reggere alla ostilità della grande comunicazione, che sa bene come manipolare il racconto della realtà, con ipocrisia spacciando per morale il moralismo.

Sarri ha perso la calma. Non ha saputo sopportare in silenzio l’iniquità. Per noi è più facile, perché, sugli spalti o seduti a casa davanti alla tv, possiamo sfogare la rabbia, urlando tutto il nostro disappunto, e usando il linguaggio che vogliamo. A lui non è concesso in quanto personaggio pubblico. Dunque ha sbagliato. Ma solo perché, conoscendo quanto è diffuso e dominante il moralismo benpensante e perbenista, ed essendo necessario non aumentare le forze degli avversari, avrebbe dovuto contenersi. Trovo però inaccettabile e non condivisibile la insopportabile retorica del politically correct che si è puntualmente scatenata. Toccando essenzialmente due punti: il buon esempio, e l’uso delle parole.

Quello del “dare il buon esempio” è un luogo comune tralaticio. In ogni caso, posto che si concluda per la sua persistente validità, chi ha la patente per stabilire quale esempio sia buono e quale no? chi definisce quali sono i valori “buoni” e quelli “cattivi”? Vestirsi con ricercatezza, parlare forbito, muoversi con grazia, sono da preferirsi a vestirsi con scarsa cura dell’estetica, e magari in modo trasandato, a parlare semplice, con pochi ed essenziali vocaboli, a muoversi in maniera goffa?

Capisco che alla forma sia riconosciuto il suo indubbio valore. Anzi, ai miei studenti di giurisprudenza spiego che è garanzia di sostanza, sempre che, però, non ecceda in ‘formalismo’, così operando al contrario per svuotare la sostanza del suo contenuto. E del formalismo può ben dirsi una specie il ‘manierismo’. A me pare che a chi professi questo vada preferito chi dice onestamente quel che pensa e si relaziona agli altri in maniera autentica, chi si comporta generosamente. Per ragioni di spazio non posso soffermarmi sulla parabola evangelica della trave e della pagliuzza che pur sarebbe da evocarsi.

E veniamo all’uso delle parole. Ho letto nel fondo di un giornale che quelle adoperate da Sarri figurano nel «repertorio ancestrale purtroppo presente nella memoria di molti uomini», che integrano una «spregevole accusa», che costituiscono un «gesto aggressivo e rozzo» ed una «offesa, la prima che viene nella testa di un italiano medio abituato […] a giocare con i simboli di un machismo d’accatto inusuale», concludendosi che «“fròcio” tra persone mediamente istruite e inserite in un contesto civile è una “non parola”». Voglio dire, sommessamente, che non sono d’accordo.

Nel pieno di una lite, mandare a quel paese il tuo litigante dandogli del “fròcio” e del “finòcchio” non è diverso dal dargli dello “strònzo” o del “figlio di puttàna”. Un conto è il linguaggio comune, altro il valore semantico dei termini che si adoperano. Certamente si può convenire che non sia commendevole litigare, che non sia virtuoso insultarsi. Non è corretto, però, utilizzare la semantica per attribuire un’etichetta a chi profferisce parole adoperate nel senso del linguaggio comune. Nel mentre di un litigio, nessuno dà all’altro dello “strònzo” veramente pensando che sia un “pezzo di mérda” (non lo si fa nemmeno quando gli si dice proprio così!), oppure del “figlio di puttàna” veramente pensando che la mamma eserciti il meretricio. Nei momenti d’ira le parole fluiscono d’istinto, così come ti vengono. Anche Mancini ne ha usata una a sproposito, dando a Sarri del “razzista” per le cose dettegli. Dovremmo per questo pensare che considera gli omosessuali una razza? o più semplicemente che ignora il significato della parola utilizzata?

Del resto, finché una parola non viene espunta dal vocabolario, non dovrebbe considerarsi proibita (e anzi, proibire le parole è una tipica manifestazione del totalitarismo di certi orrendi regimi). Si tratta di ragionare allora sul modo, offensivo o descrittivo, in cui viene adoperata. Confesso, ad esempio, che quando vedo e sento uno che parla come Mancini in televisione, la sintetica espressione di qualificazione descrittiva che istintivamente mi  potrebbe venire di attribuirgli è quella di “chécca isterica”. Questo vuol dire che sono omofobo? Non credo proprio. Sto semplicemente sintetizzando in due parole quel che vedo e sento. Col linguaggio politicamente corretto, dovrei forse dire “azzimato, falso e suscettibile”.

In un caso o nell’altro sto descrivendo una persona di potere, dai modi formalmente affettati, e sostanzialmente riprovevoli. Quando vedo e sento parlare Sarri, con la stessa sintesi, mi viene di dire “comunista anticonformista”, e questo non significa affatto che sono un liberista manieroso. Così come, se devo descrivere una persona dal pensiero doppio mi verrebbe di dire “doroteo”, o “democristiano”, oppure, se quella persona si caratterizza per un arrivismo spregiudicato, “berlusconiano”. E se uno mi volesse insultare, oggi potrebbe darmi del “leghista”, o del “renziano”, o del “grillino”. Si può fare o no? Io credo di sì, perché questo predica il principio di libertà di manifestazione del pensiero sancito dall’art. 21 Cost., pietra angolare degli ordinamenti liberaldemocratici. Insomma, si può discutere se sia possibile o corretto, ed entro quali limiti, insultarsi. Ma non è giusto considerare discriminatori solo alcuni insulti: è l’insulto in sé che discrimina, altrimenti non sarebbe tale.

In conclusione, mi pare del tutto legittimo preferire lo stile “proletario” di Sarri a quello “effeminato” di Mancini. Le discriminazioni omofobe e/o razziste (comunque fra loro diverse) sono ben altra cosa, e noi napoletani lo sappiamo bene! Mi pare così di essere d’accordo con il bellissimo pezzo di Vittorio Zambardino comparso il 21 gennaio sul suo sito Wired.it. A leggere le frasi riportate dalla stampa, non lo è, invece, Luxuria che avrebbe detto cose del tipo: «la dignità delle persone messa sotto i piedi»; «tutti i napoletani da gay-friendly sono diventati omofobi»; «le parole pesano e bisogna assumersi certe responsabilità».

Est modus in rebus: le parole sono i principali mezzi della libertà di espressione, soprattutto quelle che non ci piacciono, e la necessaria assunzione di responsabilità deve aver riguardo ai comportamenti che veramente discriminano, non al linguaggio.

foto sport.tiscali.it

Guido Clemente di San Luca – Ordinario Diritto  Amministrativo Università di Napoli

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