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Vince il Pd che ha dato voce al popolo, il ballottaggio non è scontato Opinion leader

Queste primarie erano indubbiamente più sentite e più combattute di quelle avvenute in precedenza negli anni passati. Erano primarie vere. Dove non si sapeva, già all'inizio, chi avrebbe vinto. Se i dati fino ad oggi in nostro possesso sono veri, una affluenza che va dai 3 milioni e mezzo ai 4 milioni di cittadini, si può dire che le regole hanno in parte limitato una partecipazione più ampia. Questa era una competizione che, così come era sentita fra la gente, avrebbe potuto tranquillamente toccare i 5 milioni di elettori e forse anche di più.

Ma la discussione, specialmente ora, non è di tipo organizzativo. Né di tipo regolamentare e istituzionale. E' una discussione politica. Cioè il Pd, primo artefice di questa competizione, a chi si vuole rivolgere con questo modello di democrazia diretta? Chi vuole portare a votare? L'impressione, e non solo, è che si sia cercato di adattare la competizione elettorale ad un “modello” di elettore che è più vicino al militante e al “militante allargato” piuttosto che al cittadino. Restando così in un perimetro di pensiero politico più “in linea” con la tradizione e, se si vuole introdurre un qualche elemento di lettura sociale, meno appartenente al ceto borghese.

Certamente a queste elezioni ha partecipato il “corpo militante”degli ex partiti che hanno dato vita al PD (cioè il Pci e una certa Dc) e, con molta probabilità, anche un'area politica e culturale che si richiama storicamente al mondo di sinistra e che oggi sceglie, alle elezioni politiche, qualcuno dei vari partiti e raggruppamenti alla sinistra del Pd.
In una discussione serena, senza l'assillo del risultato elettorale, il Pd farebbe bene a riflettere questo dato. E farebbe bene a chiarirsi se vuole davvero diventare un partito a vocazione maggioritaria (sfondando anche verso aree di cultura moderata e liberaldemocratica che stanno alla sua destra) o se pure si vuol ridare il compito, onorevole ma poco innovativo, di ridiventare il punto di riferimento del solo elettorato di sinistra e del cattolicesimo democratico.

A parte questa premessa, le primarie sono state comunque un grande successo. Nel breve botta e risposta dopo la consultazione, in cui sia Bersani e sia Renzi si sono presi il merito di aver voluto le primarie (andando oltre uno Statuto visibilmente “superato”) viene da dire che forse hanno ambedue ragione. Cioè sia Renzi, che effettivamente ha lanciato nell'Agenda politica del Pd le primarie con una forza e un convincimento travolgente che non può essere negato, ma d'altra parte anche Bersani che, lasciando perdere i riferimenti statutari scritti in un'altra “era geologica” e che lo vedevano candidato ufficiale, ha accettato e promosso, senza indugi, la sfida. Ed oggi, la risposta del popolo è chiara. In qualche modo hanno vinto sia Renzi che Bersani ed ha invece perso tutto quel gruppo dirigente che , alle spalle di Bersani, ha dato voce fino all'ultimo e, anche dopo la competizione, ad una visione burocratica e conservatrice del Pd e ha visto le primarie più come una “offesa” al Quartier Generale (sempre più autoreferente) che come una occasione di rinnovamento e di discussione politica.
Se si viene poi ai risultati del voto il messaggio diventa ancora più chiaro e netto. Vincono Bersani e Renzi e vince un Pd che, pur tra mille difficoltà e tanti impacci, ha dato la parola al popolo.

Sembra, dai primi dati, che nell'intero Centro Nord del paese la distanza fra i due contendenti sia abbastanza limitata, aprendo così la possibilità nel voto di ballottaggio ad una vera e propria competizione giocata all'ultimo voto. E il Centro Nord è l'area dove Renzi ha potuto organizzare una propria rete di militanti fin dalle prime ore e dove il suo messaggio, innovativo e aperto a correnti di pensiero meno tradizionale, ha avuto una qualche possibilità di accoglimento.

Ma il particolare successo nella Toscana e in alcune aree del centro “rosso” ci dicono che, accanto al voto sui contenuti, Renzi, ha avuto successo nell'attacco diretto e, a volte irriverente, verso l'apparato del Pd e verso un certo ritardo culturale di un partito che, forse accecato dalle troppe vittorie elettorali, non ha realizzato un necessario processo di rinnovamento. Certo, seguendo il dibattito avvenuto anche in Toscana sul rinnovamento del Partito i sostenitori di Bersani hanno esibito dei reali successi. Basta solo guardare all'età dei nuovi segretari provinciali e locali del Partito e alla grande massa dei nuovi amministratori che si caratterizzano per essere giovani ed anche per una certa novità di linguaggio. Ma è innegabile però che, ed il dato elettorale sta lì a dimostrarlo, c'è uno “iato” crescente e di cui spesso non c'era alcuna percezione nel gruppo dirigente che la società, anche quella di centrosinistra, stava e sta cambiando. E che certi metodi, pensieri e riti di una sinistra storica e molto legata alla tradizione dei partiti novecenteschi non sempre riesce a intercettare questa voglia di cambiamento.

Non è un caso che il gruppo dirigente del Pd in Toscana, se si sommano i dirigenti del Partito e gli amministratori a tutti i livelli, si è quasi completamente schierato a fianco di Bersani, spesso senza se e senza ma e con un conformismo a volte ingiustificato, e si ritrova oggi con una schiacciante maggioranza di voti a Renzi. C'è, senza dubbio e senza polemiche inutili, di che meditare.

Nel Sud invece il rinnovamento di Renzi non passa. Certamente ci sono ragioni storiche, poltiche e di tipo organizzativo. Ma fra i tanti motivi che potrebbero essere portati in questa discussione se ne possono rilevare due.
Il primo è di contenuto. Già nel commento alle elezioni siciliane ripetevo che l'astensione del Sud non ha nulla a che vedere con l'astensione, e mettiamoci anche il voto “antipolitico” a Grillo, del Centro Nord. Mentre chi si astiene nel Centro Nord e chi vota Grillo dà, fra le tante altre cose,anche il segnale di una società che si affranca dalla politica e quindi è un voto di ricercata e voluta autonomia della società civile verso una politica inconcludente e disonesta, questo non può essere altrettanto vero nel Sud. Qui l'autonomia della società civile è molto più bassa e d'altronde, storicamente parlando, anche il livello di avversione verso alcuni “vizi” della politica non è mai risultata particolarmente elevata né praticata a livello di massa.

Nel Sud il problema è, di fronte a una crisi profonda, quello di ritrovare un referente politico a livello nazionale che sappia ricucire certi fili interrotti e che sembrano irricucibili con l'impostazione tecnocratica del Governo Monti. Ebbene, in questa ricerca, un Renzi che parla di merito, di spinta della società e che fa appello alle energie vitali del popolo non è che non appare credibile ma addirittura può apparire ostile. Fuori di sintonia. Mentre, perso il treno del berlusconismo pacificatore fra Nord e Sud, Bersani può dare l'idea di un accompagnamento più dolce e rispettoso delle prerogative della società meridionale. Anche della prerogativa della lentezza nei processi di innovazione.

Il secondo motivo riguarda un tema che può sembrare organizzativo ma che ha forti valenze politiche. Renzi ha viaggiato molto col camper. Ha toccato anche tante città del Sud. Ma in un paese così lungo come l'Italia non bisogna solo toccarle le realtà territoriali. Bisogna esserci tutti i giorni e bisogna dare risposte e visibilità quotidiana. L'uomo un po' solo e che prende tutto sulle sue spalle è stata una “bella immagine” del leader. Anche un po' romantica. Ma forse ha peccato un po' di “eccesso di orgoglio”. In questo Bersani, appoggiato da tutti i gruppi dirigenti, ha avuto certamente un maggior fiuto quando ha ricordato che non “basta un solo uomo al comando”. E forse è stato anche appesantito da alcuni gruppi dirigenti locali. Ma, d'altra parte, questi sono anche stati la sua “voce” nei tanti luoghi dell'Italia. Renzi è stato “troppo solo”. Ha fatto troppo “da sè”. E, in questo caso, un piccolo bagno di umiltà non gli avrebbe fatto e non gli farebbe male nel seguito di questa campagna. Non bastano solo i tanti militanti entusiati del leader sparsi nel paese. Ma ci vuole una squadra fatta di tante personalità e gruppi dirigenti locali che parlano certo la “voce del leader” ma la sanno sia codeterminare nella fase della sua definizione e quindi interpretare nella fase della comunicazione. Insomma, anche per Renzi, c'è un problema di gruppo dirigente. E se fa bene a disdegnare strutture e burocrazie forse dovrebbe prestare una maggiore attenzione a giocare di squadra in un pese che parla mille dialetti e che va dalle montagne nevose di Aosta ai mari, sempre assolati, della Sicilia.

E comunque aspettiamoci un ballottaggio per niente scontato. E, ancora una volta, chi uscirà davvero vincitore sarà il PD e la sua capacità di guidare il popolo di centrosinistra nella prossima tornata elettorale.

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