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Vino e Big Data, intervista a Sebastiano Capponi di Villa Calcinaia Breaking news, Economia, Innovazione, Internet

Firenze –  Vino e Big Data, un connubio sempre più importante. Sul tema, Stamptoscana ha raggiunto uno dei protagonisti della “nuova stagione” del vino, Sebastiano Capponi di Villa Calcinaia.

Per un’azienda vitivinicola come Villa Calcinaia con un passato storico di grande rilevanza quanto può essere di aiuto l’utilizzo dei nuovi strumenti digitali come i Big Data?

“E’ un problema di dimensioni; per il vino c’è una produzione sia a livello agro industriale che a livello più di stampo artigianale; per la prima i Big Data sono fondamentali in quanto riescono a cogliere quali sono i cambiamenti nello stile dei consumi, capire la tipologia di vino a cui la gente è maggiormente interessata in quel momento storico. La seconda categoria dove rientra Villa Calcinaia è differente perché si tende a esprimere uno stile proprio, andiamo noi alla ricerca delle persone nel mondo che apprezzano questo stile. Quindi il lavoro di profilazione fatto dall’intervento di una analisi dei Big Data diventa molto limitato.  Il nostro prodotto rimane costante, nel tempo non cambia più di tanto, ci vorrebbe forse un algoritmo che aiutasse a trovare le persone interessate alla nostra tipologia di vino”.
Negli ultimi anni in Italia si sono registrate la nascita di tante nuove imprese nel settore dell’agricoltura, e del vitivinicolo che come valore aggiunto, utilizzano le nuove tecnologiche digitali fra cui i Big Data sia per il processo produttivo, che per la comunicazione; secondo lei potrà essere questa la chiave di volta al successo per una nuova svolta tutta italiana?

“Siamo di fronte a un cambiamento epocale, l’Italia a livello di industria negli ultimi anni ha perso potere, sta ritornando al settore primario cioè all’agricoltura, per il settore secondario resteranno solamente industrie di alta qualità dove noi possiamo ancora essere superiori nel mondo. Nel vitivinicolo e nell’agricoltura in generale si sono registrati negli ultimi tempi grandi investimenti; siamo un paese a vocazione agricola, ma anche in questo settore la battaglia va vinta sulla qualità e non sulla quantità, bisogna puntare all’eccellenza non ripetibile altrove nel mondo. Alla luce di questo ritengo che i Big data possano entrare per ora in azione piuttosto che sulla fase della produzione sulla parte della loro commercializzazione e del marketing”.

Il vino è sempre l’espressione di un territorio e Villa Calcinaia rappresenta con altri marchi il vero cuore del Chianti Classico, ma la concorrenza è diventata forte e sempre più nuovi vini si affacciano sul mercato; secondo lei l’utilizzo di uno strumento di analisi dati come il Sentiment analysis potrebbe aiutare a capire meglio cosa la gente realmente pensa di questo prodotto?

“Nel caso di una azienda come Villa Calcinaia abbiamo una produzione di bottiglie molto settorizzata, per rispondere a questa domanda dobbiamo innanzitutto indirizzarci a realtà come il Consorzio Vino Chianti Classico; in questo caso sicuramente l’analisi dei Big Data può svolgere un ruolo importante, si parla di una realtà che produce 35 milioni di bottiglie all’anno. Credo che in generale i Big Data siano più utilizzabili per aiutare a trovare una strada al miglioramento del brand, piuttosto che a cambiare il vino; devono servire a capire in che direzione andare e come comunicarlo. Le agenzie di comunicazione che lavorano sulla materia già utilizzano i Big Data, studiando anche comportamenti e abitudini, tipo del “come fare bella figura” di chi va al ristorante e ordina una bottiglia di Chianti Classico. Lo studio dei Big Data è molto interessante per impostare una campagna di marketing al fine di capire quale direzione intraprendere, su quale settore della popolazione puntare, età livello culturale ecc. Bisogna anche dire che chi consuma Chianti già conosce bene le caratteristiche del vino, il territorio e la nostra storia”.

Lei viaggia molto all’estero per il suo vino, ritiene che altre marche di vini in Europa o nel mondo, ai fini sia di promozione che di produzione già utilizzano i Big Data come strumento di analisi oppure è ancora troppo presto? E in Italia cosa succede?

“I californiani sono molto avanti per queste cose, ritengo sia legato anche a una questione di dimensioni aziendali: in paragone a loro le realtà italiane sono comunque molto più piccole. Inoltre, gli americani sono sempre stati più avanti di tutti; già 20 anni fa facevano le degustazioni in cantina, il discorso esperienziale è nato da loro. So che già delle case vitivinicole del nord Italia ma anche del nostro territorio, il Chianti, stanno iniziando a valutare l’opportunità di fare uno studio di analisi dei Big Data”.

Esistono delle società specializzate in analisi dei Big Data per l’industria del vino (tipo Enolytics) che riescono a sapere cosa un consumatore pensa di un determinato vino; lei crede che possa essere utile avere una profilazione completa del consumatore ideale oppure la complessità del mercato è tale che può funzionare solo per il mercato americano?

“E’ tutta una questione di numeri, ad esempio se devo lanciare un prodotto nuovo con un milione di bottiglie, per forza oggi dovrò fare uno studio a monte in cui si valuteranno tutta una serie di variabili tipo: qualità del vino, packaging, etichetta. Ad esempio, le donne secondo alcune ricerche scelgono a seconda se piace o meno la veste grafica dell’etichetta, ma anche il territorio. Inoltre è importante sottolineare che non è detto che se uno studio “funziona” per gli Stati Uniti America possa allo stesso modo funzionare anche per i nuovi mercati emergenti, tipo quello cinese”.

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