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Vintage: la storia in stracci Cultura

Il direttore del Museo del tessuto a Prato, ha salutato stamani l’apertura della mostra sul vintage e l’ irresistibile fascino del vissuto, ricordando come la città sia luogo storico di raccolta di abiti usati “per alimentare la vorace industria laniera”.  Il presidente della Fondazione Andrea Cavicchi ha definito il vintage “non un trend ma un percorso culturale di ricerca, uno studio del tessuto, che ha ottenuto il riconoscimento del Ministero dei Beni Culturali”. Anima ispiratrice il citatissimo Giovanni Masi, convinto importatore di massicce quantità di usato dagli Usa alcuni decenni fa, curatrice della mostra la giovane conservatrice Daniela degli’Innocenti, e infine, prestatore di capi vintage di alta moda e non solo, il collezionista Angelo Caroli, che ammette di aver scoperto tra gli stracci di Prato i primi capi da salvare e archiviare, che ora possiede in numero di migliaia tra antichi e moderni, tra Settecento e Novecento.
Il progetto espositivo della mostra comprende 4 sezioni. La prima illustra la pratica dell’usato nella storia del costume, diffusa già nel Quattrocento, come testimonia un piccolo cuscino fatto di minuti frammenti di tessuti vari parte del corredo funebre del Vescovo degli Agli. Del riadattamento di tessuti e capi d’abbigliamento a nuovi usi si notano le tracce rimaste sui reperti in forme che diventano segni di un vissuto che racconta come un oggetto è stato cucito, rattoppato con stoffe di cronologie diverse, adattamenti di bordure e ricami antichi in confezioni moderne fino a giungere al nostro tempo.
La seconda sezione parla del caso Prato e dell’usato come materia prima, la lana rigenerata, lavorata già dal XIX secolo. La ‘lana rigenerata’, il simbolo del distretto industriale di Prato che, per oltre 150 anni, diventa il polo di attrazione degli abiti usati di tutto il mondo. Qui troviamo montagne di capi divisi per colore: tutti rossi, o grezzi, o verdi. E tra questi ammassi ecco apparire la scoperta del piccolo golfino col collo di visone, o il grande cappotto spinato tipo inglese. Forte è la suggestione che ha raggiunto anche il mondo dell’arte, ad esempio l’arcinota Venere degli stracci di Pistoletto.
Si arriva ora alla parte più affascinante dove si può capire come si è passati dall’usato al Vintage: come la scelta di un capo di seconda mano è diventata una questione di stile. Qui l’usato è la “divisa” della protesta sessantottina e veste ovviamente i giovani, è un fenomeno di costume che testimonia trasformazioni sociali e culturali profonde. Il denim usurato, l’eskimo, gli abiti folk indossati ai concerti “lisergici”, i fascinosi completi dei “figli dei fiori” interpretano nuove ideologie e la rottura col passato e la tradizione.
L’ultima sezione illustra le tecniche con cui la moda e il design tessile riescono a riprodurre, attraverso nuovi processi, gli effetti generati dal naturale degrado dei capi e delle stoffe.  Tagli, scuciture, scoloriture, sono riproducibili nei processi dell’industria di oggi. Una curiosità: la storia del costume ci consegna casi esemplificativi in cui l’usura artificiale,  nei capi e nelle stoffe di pregio diventa un segno di distinzione sociale, come nelle vesti frappate e nei tessuti stratagliati del Cinquecento, che imitavano le ferite di guerra. Lavaggi e maltinture sono le sperimentazioni protagoniste degli anni Settanta: da qui la messa a punto di trattamenti come bleaching, stonewashed, che dal denim passano all’abbigliamento casual per contaminare infine anche quello più classico, ad esempio con i recenti lavaggi della seta e della lana. Strepitosa la campionatura di collezioni private di alta moda con Dior, Cardin, Balenciaga, Chanel anni cinquanta e sessanta, mentre Valentino, Mugler e Miyake sono i nomi di spicco degli anni ottanta e novanta. Grande sperimentatore e innovatore di oggi è indiscutibilmente Margiela. Se gli abiti da collezione non sono acquisibili, ci si potrà togliere qualche voglia con l’ampissima scelta tra l’usato sicuro di Angelo: dai 5 euro di un foulard di seta a qualche migliaio per le pellicce con più glamour e spumeggianti, in vendita al Museo per tutto il tempo della mostra.

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