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Violenza di genere: l’esperienza delle donne cinesi Cronaca

Prato – Sono state tante le iniziative messe a punto in Italia dalle amministrazioni locali in occasione della giornata internazionale  contro la violenza di genere. Dalle scarpe rosse della giovanissima  Liliana Mimou uccisa nell’aprile dello scorso anno, esposte a cura dell’associaxione SVSL di Milano,  in una teca presso il Comune  di Limbiate, al colore arancione che ha illuminato il 25 novembre il Castello dell’Imperatore di Prato, in occasione dell’ Orange Day, l’iniziativa voluta dalle Nazioni Unite nell’ambito della campagna “UNiTE to End Violence against Women”, alle “panchine rosse” la proposta lanciata dagli Stati Generali delle Donne e a cui hanno aderito moltissime città italiane.

Un invito a ricordare tutte quelle donne che sono state uccise da chi diceva di amarle,e che oggi nonostante le varie campagne di sensibilizzazione, sono ancora tante. Un bilancio che comunque dovrebbe far riflettere soprattutto chi pensa che la violenza sia  una prerogativa straniera, o un fatto esclusivamente culturale legato magari a credi religiosi differenti  dal nostro.
Un recente rapporto Istat conferma, invece, che la violenza sulle donne ovvero un omicidio di una donna compiuto nell’ambito familiare, dal partner, da un ex partner, o da un parente, è trasversale a tutte le culture e ceti sociali. Di questo e di altro parliamo con Jingxia Li, avvocato penalista difensore civico del Foro di Roma, nata in Cina, residente a Firenze, impegnata da anni nella difesa delle donne cinesi che decidono di denunciare il proprio partner perché vittime di abusi.
Avvocato Li il 25 novembre è la giornata internazionale voluta dall’Onu per ricordare le donne vittime della violenza dell’uomo. In Cina ci sono delle iniziative come in Occidente?
“La Cina è in grande paese moderno. Anche lì ci sono tante  manifestazioni. Ricordo che il primo movimento femminista  in Cina risale a metà dell’800 con le rivolte dei Taiping (1851-1864) contro l’impero Manchu e dei Boxer (1899-1901) contro i colonizzatori occidentali. Le donne della Cina parteciparono alla rivolta dei Boxer contro gli stranieri,e le donne dei Boxer erano suddivise in reparti militari femminili per colore in base all’età,allo stato civile (lanterne rosse: donne giovani e nubili; lanterne bianche: donne sposate; lanterne verdi: vedove; lanterne nere: donne anziane), ciascuno dei quali con compiti differenti: spionaggio, sabotaggio, cura dei feriti. Già nel 1905  in Cina c’erano tantissime  scuole straniere gestite da missionari, che poi furono aperte anche alle donne cinesi, per lo più appartenenti a famiglie ricche.
Dalle scuole partì un primo movimento femminile, grazie all’influenza culturale occidentale, che rivendicava l’accesso all’istruzione, la libera scelta del proprio sposo, la possibilità d’intraprendere affari e di possedere proprietà personali, libertà di movimento, riconoscimento di un ruolo sociale che non fosse solo quello di moglie e madre. Con il sviluppo dell’industria tessile, intorno agli anni ’20 grazie allo sviluppo del movimento operaio e degli scioperi che rivendicavano un migliore  salario, nonché ritmi  e condizioni di lavoro meno stressanti, le cinesi scoprirono la solidarietà femminile e la lotta.Nacquero  In fabbrica, le  leghe di mutuo-soccorso.”
Nel paese del Dragone “agli uomini cinesi viene insegnato a essere protettivi nei confronti delle loro donne. Comportarsi in maniera inappropriata nei confronti delle donne, incluso molestarle sessualmente, contraddice ogni valore e usanza della tradizione cinese”. È davvero così?
“Certamente oggi c’è una maggiore consapevolezza del ruolo della donna cinese dentro e fuori le mura domestiche. Essa stessa  è sempre più una donna di successo, ha ruoli chiave nella pubblica amministrazione, e non di rado capita oggi di vederla  andare a lavoro, svolgere  un ruolo di manager in una grande azienda o imprenditrice di sé stessa, mentre suo marito si dedica alle faccende di casa e si occupa dei figli,(a fine 2015 il governo cinese ha abolito la politica del figlio unico a causa della drastica diminuzione di nascite che ha causato un invecchiamento generale della popolazione).”
Secondo un rapporto delle Nazioni Unite del 2013, circa la metà degli uomini cinesi ha usato violenza psicologica o fisica sulla propria compagna. Numeri non troppo differenti da quelli di altre parti del mondo. Ma sembra che in Cina il 72% degli uomini che hanno abusato di una donna non abbia subìto nessuna conseguenza legale. 
“In Cina, quando una donna subisce violenza fisica, prova soprattutto vergogna per sé stessa e per la famiglia e non vuole assolutamente far sapere a nessuno ciò che ha subíto perché non diventi un fatto pubblico e si trasformi in pettegolezzo o chiacchiera. Il suo primo pensiero è quello di allontanare immediatamente  il compagno violento ed entrambi si rivolgono a un ufficio tipo anagrafe per separarsi.  Da questo punto di vista le dico, però, che per le donne cinesi che  vivono e lavorano in Italia e che si rivolgono a me, denunciare è ancora difficile, perché molte di loro non hanno fatto studi importanti e parlano ancora poco l’italiano.”

Quando la Cina era ancora un impero, non pochi intellettuali erano convinti che la conquista dei diritti delle donne fosse indispensabile  per trasformare la Cina in una nazione moderna. Oggi in Cina le donne hanno conquistato quei diritti?

“I dibattiti  sui diritti delle donne sono fortemente  legati alla situazione economica e politica della Cina. Nel 1950 fu varata la legge sulla libertà di matrimonio. In quello stesso periodo le donne cinesi furono inserite in massa nel  mondo del lavoro,tanto che alla fine degli anni ’50, la quota di lavoratrici era del 90%. Nel 1992, per migliorare la condizione della donna, fu approvata una legge a tutela dei loro diritti , e la Federazione nazionale delle donne cinesi, si impegnò a promuovere la parità tra uomo e donna, con la  “Dichiarazione delle quattro auto-referenzialità” (rispettare se stesse; avere fiducia in se stesse; fare affidamento su se stesse; migliorare se stesse), i cui punti sono poi stati ripresi nelle dichiarazioni governative della Quarta Conferenza sulle Donne organizzata dall’Onu e tenutasi a Pechino nel 1995.”

Le risulta che oggi le donne cinesi hanno una maggiore consapevolezza, vogliono essere libere di affermare il loro #MeToo ?
“È vero, si allontanano dalle campagne perché non vogliono più lavorare nei campi, desiderano affermarsi e vanno a vivere in città perché qui ci sono migliori condizione di vita e soprattutto opportunità di affermazione sociale. Pur di rimanerci le cinesi si adattano anche ai lavori più umili e a grandi sacrifici. Non sono poi così lontani  i tempi in cui alle donne veniva imposto di fasciarsi i piedi, perché quell’arto reso piccolo dalle fasciature e che doveva avere la dimensione di un “fiore di Loto”, era simbolo di bellezza  e di obbedienza al futuro marito.
“Mi ricordo -dice l’avvocato Le – che la mia bisnonna  fu data in sposa senza che il futuro marito, come si usava a quei tempi, avesse mai potuto vederla e che solo quando gli venne mostrato il suo piccolo piede,accettò di sposarla.”
foto: a sinistra Jingxia Li
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