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Violenza sulle donne e media: non è mai solo “un raptus che uccide” Opinion leader

Pistoia – Il fatto recente di Colonia, al di là della gravità e della modalità dell’aggressione alle donne, che merita capitolo a parte, pone in evidenza, ancora una volta, un altro aspetto non meno importante: il linguaggio usato per descriverne l’azione e l’accaduto. La violenza alle donne è una realtà che va combattuta e che deve essere necessariamente essere posta al centro dell’attenzione dei media. C’è lo chiede la Convenzione di Istanbul, perché la comunicazione è un mezzo importante che può essere di prevenzione anche di tutti quei fenomeni che racchiudono le violenze di genere ed i femminicidi.

Ecco che interviene la Commissione Pari Opportunità della Fnsi con un appello a tutto il settore di addetti alla stampa ed alla divulgazione, in merito a questi incresciosi episodi. Un appello nel quale si raccomanda fortemente di descrivere i fenomeni di violenza con un linguaggio corretto, possibilmente senza usare termini o concetti che in qualche modo tendono a racchiudere ( e quindi a catalogare ) categorie. Basta scrivere “le donne vengono uccise”  per “raptus”, “gelosia” o “passione”, preferibile usare altri termini , quali “uccise da uomini che non accettano la loro libertà e autodeterminazione”, magari più plausibile e vero.

Questo perché? Per  iniziare ad attuare quelle politiche di genere ed il cambiamento anche attraverso le parole ed i messaggi che arrivano alla società, che sappiamo bene quanto non sia immune dai media. Nonostante si combatta ogni tipo di violenza di genere si continua a utilizzare un linguaggio e sopratutto un immaginario violento e discriminante. Occorre cambiare, è tempo di usare altra terminologia e pretendere un Giornalismo davvero di qualità perchè abbia sempre più valore informare ma necessario anche quello di innovare.

Non è da molto che si usa il termine “femminicidio” nel lessico giornalistico, giusto passaggio per modificare una rappresentazione che mettesse bene in evidenza che un omicidio, quale di fatto è, rispondesse alla realtà: donne uccise in quanto donne. Ma oltre ciò non si va.

Il linguaggio mediatico comunica la cultura che ci rispecchia, i fatti che accadono ci rendono partecipi di una visione del mondo. Ecco, per questo credo che il giornalismo italiano debba cambiare, migliorare, star al passo con i tempi. Ad esempio : un femminicidio non è colpa della disoccupazione o della depressione o tanto più della passione, perché la  violenza, specie sulle donne, è sempre esistita, anche in tempi passati, con o senza crisi sociale o economica.

Un uomo non arriva ad uccidere o picchiare ed umiliare una donna perchè ha perso il proprio lavoro. Sono altri i meccanismi di scatenamento, prettamente di base culturale. Una cultura che in un certo senso lo “autorizza” a sentirsi superiore alle donne e, quindi, padrone delle loro vite. Chiedetevi come mai donne che perdono il lavoro non reagiscono uccidendo o pestando a sangue il partner ma entrano in depressione e soffrono la loro crisi interiormente!

Quindi basta con lo scrivere che “il raptus uccide!” Sono termini che servono a identificare un evento ben preciso ma che, in qualche modo, tendono a giustificarlo, quasi un alibi che il giornalismo fornisce a chi uccide la propria compagna, moglie, fidanzata, amica.

La violenza sulle donne, ormai è noto, ha radici ben profonde e non può essere ricondotta ad un “raptus” ma ad atteggiamenti psicologicamente o fisicamente violenti, di cultura prettamente maschilista, o comunque di deriva educativa familiare e sociale, che possono sfociare, nella massima espressione negativa, nell’uccisione della donna che si è sottratta al possesso. Sarebbe utile anche cambiare il messaggio che passa dalle foto scelte ed usate per rappresentare notizie in merito ad episodi di violenza sessuale e di femminicidio perché spesso rimandandano ad una fantasia sessuale come, ad esempio una donna che indossa minigonne cortissime, calze autoreggenti o magliette scollate, spesso rappresentate rannicchiate nel buio e con le mani sulla faccia, oppure con atteggiamenti di difesa. Come se fosse loro la vergogna e non quella di chi le ha aggredite. Ma, onestamente, chi se ne frega di cosa avesse indosso una donna vittima di violenza !  A cosa ci serve sapere se indossava una minigonna, oppure se era truccata ? A nulla.

Perchè la violenza non colpisce solo le donne avvenenti o vestite in modo succinto, perlopiù avviene dentro le mura domestiche, in famiglia, dove davvero nulla importa come si è vestite. È solo uno escamotage, e di pessimo gusto, per attirare i lettori e vendere maggiormente copie del giornale. Ecco, esattamente come i messaggi di questi giorni: se metti la minigonna sei a rischio violenza, se ti trucchi e sei bella devi stare ad un braccio di distanza dagli sconosciuti e via dicendo.

E così la notizia di una donna aggreddita o molestata pesantemente diventa quasi  “giustificata” . Per non parlare, last but not least, del mondo gay : perché  il genere maschile e femminile non è solo acquisizione basata sul sesso biologico, ma anche faticosa conquista identitaria, e merita rispetto. Quando si parla di femminicidio e di violenza alle donne, quindi di genere, non si parla mai di gay. Eppure quanti di essi subiscono violenza fisica, psicologica e sessuale ?

Poco se ne parla. Ma i fatti di cronaca e i “Codici rosa” sanno bene di cosa parlo, ma se ne parla solo se, magari, viene implicato nella storia qualcuno di ” famoso”, sempre, così, per ottenere uno scoop. “La violenza ha origini lontane, non si nasce cattivi o omicida, si nasce e si cresce all’interno di situazioni familiari e sociali, che formano le personalità di ognuno di noi. Tutto è in stretta relazione, le esperienze, l’educazione , e le reazioni psicologiche che diventano patologie quando esplodono in violenza. Non solo di genere ma in generale. Pensiamo a quella negli stadio, sui compagni di scuola, nei posti di lavoro e non ultimo sui deboli, i cosiddetti fragili della società, i malati. La violenza sulle donne è “una” delle espressioni della violenza, ma c’è molto di più” così afferma la D.ssa Sabrina Ulivi, psicoterapeuta e Psiconeuroimmunologa che dirige un Centro di Psiconeuroimmunologia e conduce con il suo staff di esperti, ricerche scientifiche in merito.

Ecco, cambiare il linguaggio dei Media può significare un inizio di cambiamento a livello culturale, può significare l’evitare di mettere addosso etichette, maschili o femminili, attenendosi unicamente all’anagrafe,e nello stesso identico modo anche la società, tutta, dovrebbe imparare a relazionarsi con le persone in base alle scelte che compiono e non a ciò che appare. E comunque, per concludere, ciò che serve è davvero un cambio di passo, pensare più alla “qualità” della notizia che al creare quella curiosità perversa per far salire l’audience di un giornale.

Chi si occupa di informazione sa bene a cosa mi riferisco, e, senza offesa per nessuno ma solo come riflessione, credo che oggi più c’è mai chi usa la penna possa ferire più di una spada, come recita un famoso aforisma, quindi ciò che occorre è cercare, specialmente, di rappresentare le donne non solo come vittime di violenza, ma porre in evidenza anche donne realizzate, che sono uscite dalle difficoltà della vita con le loro forze ,donne capaci di reagire e che possano essere da esempio per molte, perché non c’è quasi traccia di ciò. E non è bello.

                              

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