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Visioni post Covid: un cuore di tenebra nella città infetta Opinion leader

Firenze – La città che ora voglio descriverti è la città che stai forse immaginando, appoggiato al parapetto del belvedere sulla collina, all’ombra degli alti cipressi.

E’ la città che hai desiderato in questi giorni di esilio forzato, una città felice dove non si contano più i morti e gli infetti, le corsie sanitarie sono vuote, il lazzaretto è stato chiuso, gli autocarri grigioverdi che trasportavano le bare sono rientrati nelle caserme, i forni crematori sono spenti.

Il clamore festoso che il vento di scirocco sospinge lungo il pendio ti dirà che i suoi abitanti hanno lasciato finalmente le case, affollano la stazione dei treni, si concentrano alle fermate del tram, sciamano tra le vetrine dei negozi, si riversano al mercato, si accalcano al banco dei gelati, si assembrano davanti alla chiesa. Nel viale che conduce alle porte della città un corteo infinito di auto risuona di trombe, di grida, di trambusti, di stridore di freni, di accelerate improvvise.

Con la bruma della sera vagheggerai le luminarie che addobberanno ogni casa, le fiaccole appese alle pareti di pietra, le torce confitte tra i merli dei palazzi, i ceri che rischiarano le volte della cattedrale, i fanali che illuminano la notte sul lungo fiume.

Forse starai rimpiangendo le tiepide notti di Calendimaggio, i canti e i balli sotto il cielo stellato, il  dolce sciacquettio della sfilza di barche pavesate a festa che seguono la corrente, le luci tremolanti delle lanterne colorate, accompagnate dalla melodia di un’armonica lontana.

Rivedrai la giovane appoggiata alla spalletta, con il calice di vino in mano, intenta a confessarsi con le amiche; il crocchio di ragazzi seduti lungo l’argine a parlare di viaggi, di vacanze, di mari lontani, di spiagge deserte, di amori improbabili; la brigata di amici che circonda il chiosco di bevande; il barista pakistano che serve l’ennesimo cocktail; il brusio ininterrotto che si accompagna allo schiamazzo e alle note di un concerto improvvisato di chitarra e tamburello.

Indugerai nell’attesa della festa del patrono, delle saette iridescenti che traversano il cielo, del crepitio dei mortaretti, della pioggia di lapilli d’argento, della cascata di coriandoli luminescenti, dell’esplosione di stelle, di petardi, di meteore, di girandole di fuoco, di bengala, di fiamme colorate.

Ti abbandonerai finalmente alle consuetudini di sempre, alle occupazioni quotidiane, alle certezze che pensavi di aver perso. Riprenderai Il posto che ti appartiene nella geometrica scacchiera dell’esistenza.

Ma se deciderai di scendere nella città non soffermarti nella piazza gremita di giovani gaudenti. Non farti tentare dalle mille lusinghe, dall’oste che ti propone il miglior vino della stagione, dal cameriere che ti espone il menù del giorno, dal suonatore di violino che siede sugli scalini della chiesa, dal mezzosoprano che intona una romanza in tuo onore, dall’artista di strada che ti sollecita il ritratto, dai freschi sposi che ti supplicano una foto.

Non lasciarti sedurre dalla coppia di danzatori che accenna un paso doble sul sagrato, evita con garbo la coppa di champagne che la bionda fanciulla con le trecce ti porge sotto la tenda di lino bianco.

Entra piuttosto nell’altra metà della città, nei suoi meandri, addentrati nei suoi anfratti, percorri i suoi vicoli più tortuosi, affacciati se puoi nei pertugi più riposti. Aggirati tra intonaci scrostati, pareti imbrattate, portoni sconnessi, selciati cosparsi di lattine vuote, mozziconi di sigaretta, piatti di plastica, scorze di arancia. Scansa docilmente il cane che raspa tra bucce di mela e croste di formaggio.

Tendi l’orecchio. Sentirai flebili e prolungati suoni gutturali. Sono gemiti, sono lamenti, sono storie di fatiche, di rabbia, di dolore. Il commesso che ha perso il lavoro, il fabbro ferraio abbandonato dal cliente, la modista che ha chiuso la bottega, l’esattore che bussa alla porta, l’usuraio che minaccia, l’ufficiale giudiziario che notifica, il messo della banca che intima. Suoni che si dilatano, riverberano, si mischiano a voci alterate, a urla di donne, a singhiozzi di bambini.

Vedrai i lampeggianti che irraggiano i muri della via. Gli infermieri che soccorrono il sieropositivo, i poliziotti che intercettano lo spacciatore, i pompieri che redimono l’aspirante suicida.

Sull’altro marciapiede scorgerai il furgone del banco alimentare. I volontari che assistono il senzatetto, la famiglia che vive nel camper, la fila che attende davanti al refettorio della Misericordia.

Ma se pensassi di essere entrato nella città di Dite ti sbagli. Non sei che al primo cerchio. C’è un abisso che si apre davanti a te e nel quale ti dovrai avventurare.

Gli addetti raccontano di un dedalo di tunnel, di gallerie, di canali percorsi da lontre e topiragni, attraversati da un intrico di tubature di ogni genere, saracinesche, volani, leve, flange dalle quali scrosci continui d’acqua sollevano una coltre di vapore scuro. Dicono che qui nessuno di loro si avventura per la manutenzione da quando non è più disponibile l’immane forza lavoro che li aveva costruiti. Parlano di una rete infinita di percorsi in continua espansione, di squarci che si aprono sul vuoto, di nuovi cavedi, di pozzi, di antri, di caverne, di tuguri dove puoi trovare di tutto, famiglie, refurtive, mucchi di ossa, e una immensa quantità di ratti.

E’ qui che potrai scoprire quello che non ti puoi immaginare: la città avvelenata, la città ostile, l’impero dell’odio. Il suo cuore di tenebra.

Sentirai parlare di pestaggi, di attentati, di bande di giovanissimi che preparano spedizioni punitive, di duelli all’ultimo sangue, di associazioni occulte che si danno convegno nelle cavità più segrete, tra vessilli, busti, labari, stendardi. Di lampi luminosi che squarciano l’oscurità di remoti interstizi dove orde di minorenni si sfidano in videogame efferati.

Di supporter che preparano sciarpe, striscioni, fumogeni, che approvvigionano bastoni telescopici, mazze da baseball, tirapugni, catene, coltelli serramanico. Di corpi tatuati che si addestrano nei recessi più appartati, illuminati da torce incandescenti, circondati da simboli virili, scettri e spade, divinità vediche, montagne sacre; da emblemi teriomorfi, draghi, ouroboros, croci fiammeggianti. Di raduni, tra immagini mistiche, aquile, il dio della Morte dalle orecchie di lupo, il serpente dalla testa di ariete, di pallidi ex. Tute mimetiche, baschi, stivaletti, giberne.

Sentirai echeggiare le volte di cori camerateschi, di marce militari, di tacchi che battono, di una tromba che suona il silenzio. Più in là, su una pedana di legno, noterai due giovani con i bracciali di corda intrecciata che si cimentano nell’arte delle otto armi.

Ti riferiranno di qualche temerario ficcanaso, forse un assistente sociale, forse un volontario della croce rossa, che poco tempo fa si era avventurato in quel labirinto raccontando di altri sotterranei, di altre gallerie, di cripte stipate di armi, di casse di munizioni, di barili di polvere da sparo, di granate, di bombe Thevenot, di rotoli di miccia, di inneschi ad orologeria, di maschere antigas, di giubbotti antiproiettile.

Dicono ancora che ci sia un passaggio, un varco sorvegliato da guardie in armi, l’ingresso ad un più profondo pozzo, raggiungibile solo con una piattaforma mobile. La maglia di cunicoli da cui diparte, pare snodarsi sotto le falde acquifere con protuberanze cavernose, veri e propri diverticoli nei quali si racconta che abbia sede il sinedrio degli incappucciati, il cuore del potere sedizioso.

Nella redazione della stampa locale si vocifera di individui risaliti in superficie, forse confusi con la folla del sabato sera, forse ospitati o assoldati da qualche associazione compiacente. Qualcuno sostiene addirittura che abbiano acquisito il potere di mutare, di assimilarsi, di replicarsi, di proliferare.

I sapienti dell’accademia affermano che, da che mondo è mondo, la città incarna una doppia anima. Così, se il governatore, il capo della polizia, il finanziere, il fabbricante di armi, il direttore del giornale, il presidente della società sportiva, festeggiano al pericolo scampato prospettando nuovi e più allettanti affari, non potrai sorprenderti se il meccanico licenziato, il bottegaio fallito, il falegname indebitato, il capomastro disoccupato stiano vivendo nella più cupa disperazione.

Ma i sapienti non dicono che nelle vene del sottosuolo prospera e dilata un’altra città, la città infera, la città formicaio dove nelle sue cavità alberga e si riproduce una popolazione di ombre che camminano: aspiranti miliziani, armigeri, maestri di arti marziali, reduci nostalgici, lividi mercenari, veterani decorati.

Sebbene credenza comune voglia che l’una e l’altra si sopportino con rassegnazione perché sanno che più di tanto l’equilibrio non tiene: se le fondamenta che per tanti secoli hanno retto i palazzi, le chiese, le piazze e le strade della città terrena cedessero, essa sprofonderebbe nelle viscere del sottosuolo precipitando sulla città infera che ne sarebbe fatalmente schiacciata come un guscio d’uovo di gallina.

Massimo Gennari    Simona Lazzerini

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