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Vo’ a Lucca a prende’ il garbo: espressioni dialettali in Toscana Opinion leader

Firenze – La ricchezza delle espressioni dialettali non si ritrova solo nell’uso di determinati vocaboli ma anche nei modi di dire e nella pronuncia, che sono contrassegni di un’identità.

Ha scritto Umberto Eco che “Se occorreva liberarsi del dialetto come condanna [… ] si rischia ora di perderlo come scelta e arricchimento culturale. Il dialetto deve rimanere come elemento di identità, con tutte le sfumature e le capacità espressive di cui la tradizione lo ha arricchito nei secoli.”

Proprio partendo da questi concetti possiamo mettere a fuoco espressioni vernacolari delle varie aree della Toscana.

E’ detto meglio mi piace o mi garba? ha chiesto una volta un mio nipote. Ho risposto che oggi si dice soprattutto mi piace. Mi garba è arcaico e si usa in Toscana nella lingua parlata. La forma sostantivata garbo era già usata dal Boccaccio nel Decamerone e ancora oggi si dice garbatamente per indicare gentilezza, cortesia e si dice trattare con garbo ma il verbo garbare è sempre più in disuso  anche in Toscana.

Nel dialetto butese (al confine nord della provincia di Pisa, che prenderò come esempio della Toscana nord occidentale, con particolare riferimento all’area tra il Valdarno inferiore e i Monti Pisani) ho trovato una significativa specificità: si dice mi piace solo per un alimento (questo formaggio mi piace oppure non mi piace) mentre si dice mi garba per un vestito o per altri generi non alimentari.

Tra l’altro, in questa località, era parecchio usato il detto andare a Lucca a prende’ il garbo. Se uno diceva :“domani vado a Lucca”, c’era sempre qualcuno che replicava con un pizzico d’ironia , ma bonaria, quasi come un intercalare: allora vai a prende’ il garbo sottintendendo che i lucchesi erano noti per i loro modi gentili, garbati nel parlare specie se paragonati alle espressioni più taglienti , talvolta pesanti dei livornesi e anche dei pisani. E il sottinteso ironico era che l’interlocutore di ….garbo ne aveva bisogno.

Tuttavia, su La Voce del Serchio del 9/7/2011 ho trovato anche un’altra interpretazione. Venivano chiamati “garbo” la pelle conciata e il panno lavorato “panno vergato e vergolato o tessuto a verghe e a vergole,[ …]. drappi listati, fregiati, fioriti, o veramente a liste, a fregi, a fiori, o tessuti, o ricamati”

Perciò andare a prendere il garbo poteva significare: andare in un posto dove c’è abbondanza di quello che cerchi, come appunto i panni a Lucca, famosa per la produzione di tessuti.

Peraltro, mi sembra più incisiva l’interpretazione tradizionale che giustifica quella intonazione un po’ beffarda da parte dei pisani .

Passo a un altro argomento: un amico mi ha ricordato, che un tempo, a Buti, nel corso di un colloquio tra due persone in cui è soprattutto una a informare l’altra, accadeva che quest’ultima, mormorasse, la parola “Se” (o seh). E “il significato era quello di una esclamazione del tipo: davvero?, via, non ci posso credere” .In ogni caso era anche segno di ascolto, manifestazione d’interesse. Il suggerimento che mi dava è che potrebbe essere un francesismo derivante da c’est per dire è così, con un senso di stupore.

Il che è probabile ma forse era un’abbreviazione di senti ovvero se’ o seh per dire ma senti un po’, senti che roba ecc.

A questo proposito cito un’altra interiezione Sie (meglio siee) che significa ma figurati, oppure macché. Ad esempio, se mi chiedono: “sei riuscito a parcheggiare sulla piazza?”  rispondo :Siee

Espressione analoga è anche hei (con l’accento tonico sulla e  ma anche con una leggera aspirazione iniziale) che vuol dire, appunto, macché. Se chiedo: “allora sono riusciti a rimontare nel secondo tempo? mi posso sentir rispondere: hei, si stava per pareggiare poi hanno segnato di nuovo loro . A Firenze si sente, nvece, la variante hie che è ancora più scettica. Tipicamente e unicamente fiorentino il vaia, vaia, un intercalare ancora più “rafforzato” in modo sarcastico. e che, talora chiude in modo pessimista ogni discussione

A proposito di interiezioni usate a Buti, cito anche mi’! che si usa o si usava dicendo. Mi’ ! guarda chi c’è ! Equivale a toh ! assai più diffuso anche fuori Toscana. Tuttavia, Mi’ ! ha una sfumatura leggermente diversa perché potrebbe derivare dall’antica dizione mira . ovvero guarda! e denota interesse oltre che sorpresa.

Mi’ si usa anche con un differente significato quando vuol dire “ figurati” nel senso di “no davvero”. Dico “Mi’ te l’ho bell’e ridata la bicicletta! “se uno la riporta con il parafango ammaccato.

A proposito di colorite espressioni dialettali in uso nella Toscana nord-occidentale cito

Buio strinto: sinonimo di notte fonda ma questa espressione rende meglio l’idea di un buio del tutto privo di fonti di luce.

Andare a veglia: famiglie che si ritrovavano passare la serata nei tempi ante-televisione ma nella Toscana occidentale usa ironicamente se uno indugia troppo nel fare un lavoro o nel compilare un modulo  si dice: “ma sei a veglia ?”

Chiama e rispondi: viene tradotto come non c’entra niente. In realtà denota una certa ironia: “Questo articolo non lo teniamo dovresti andare al nostro negozio di Livorno”. A questo punto replico: “Sì, chiama e rispondi !

Si può citare anche “intuccare” termine più preciso rispetto al semplice bruciacchiare di cui è considerato sinonimo ma che è più generico.

Alessandro Bencistà nel suo Vocabolario del vernacolo fiorentino e toscano rileva che i vari vernacoli toscani sono tutte derivazioni dell’antica parlata fiorentina, tanto che le origini di  molte  voci oggi vernacolari si trovano in Dante,Petrarca, Boccaccio e cita parole come ènno, fenno, burella, dugento, costì, fummo (fumo), loto, dindi. che sono, appunto in Dante

E’ interessante, la derivazione di molti vocaboli tipici delle espressioni dialettali dai primi grandi autori della lingua italiana. Tuttavia nel corso dei secoli le espressioni vernacolari delle varie aree della Toscana si sono diversificate. In particolare, si è creata una netta distinzione fra la Toscana occidentale e quella centrale. Infatti, nella macroarea Pisa, Livorno, Lucca ci sono vernacoli differenti ma con una certa osmosi.

Nel pisano, si dice bamboretto, caribucci, sciabigotto, arronzàre, Calìa che sono espressioni lucchesi ma viene subito compreso il loro significato.

Invece, nell’area fiorentina e nella Toscana orientale alcune espressioni come stintignare vengono usate con un significato diverso ovvero stentare o fare qualcosa svogliatamente, sempre come verbo intransitivo E per incignare s’intende cominciare a usare (un prosciutto, una forma di formaggio) ma non si usa per rinnovare un abito. E invece di tirilllò  legato a un filo nel fiorentino si usa o si usava dire un misirizzi (pupazzo che sta sempre in piedi) per indicare un trastullo indeterminato.

Passo , infine al Com’esse: un’espressione butese oggi meno usata ma interessante. In varie frasi interrogative può avere il significato di “per esempio” Un amico mi ha detto “com’esse a Firenze si trova da parcheggiare vicino ai viali ? “Oppure può voler dire  “per caso”: “com’esse, hai visto l’eclissi di sole?”. Ma può servire anche a introdurre un discorso in alternativa a  “senti”:  Com’esse Gabriè, sei già andato in pensione ?

Pensavo che com’esse fosse uno specifico della campagna pisana ma poi l’ho trovato in un libro del 1739 Sermoni per le domeniche dell’anno di padre Luigi Bourdaloue stampato a Venezia nel quale l’autore espone alcuni casi di negligenza e dice : “assistono com’esse agli uffici divini […] frequentano com’esse i Sacramenti , hanno i loro giorni di digiuno e di veglia com’esse […] ma la loro trascuratezza guasta ogni cosa “ ( p. 439 )

Qui l’espressione equivale a per esempio. Era usata comunemente in italiano ma poi è scomparsa. E il butese ne ha dato connotazioni nuove e specifiche sopra riportate.

Non a caso il filologo e scrittore lucchese Idelfonso Nieri ha sottolineato che “l’essenza del linguaggio veramente popolare sta nella forma della mente, nella costruzione della frase, nella imbastitura del periodo, nella proprietà delle voci, nella ricchezza dei modi, nella vivacità delle metafore e in generale nell’italianità del vocabolario,” (da “Cento racconti popolari lucchesi”)

 

 

 

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