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Volkswagen: la doppia lezione dello scandalo Opinion leader

Firenze –  Die atmende Fabrik: con quanto orgoglio José Ignacio Lopez De Arriortua, dal 1993 per quattro anni capo carismatico di Volkswagen, raccontava ai giornalisti le sue idee sulla “fabbrica che respira”.  Il gioco consisteva nel sintonizzare la produzione con l’andamento dei mercati: tutti a lavoro a pieno ritmo quando tirano, riduzioni di orari e solidarietà salariale nei momenti di magra. Tutti erano d’accordo nell’azienda a forte partecipazione pubblica, con il convinto sostegno del sindacato Ig Metal, perché si trattava di sopravvivenza in una delle fasi più critiche del settore automobilistico mondiale. Al di là della retorica, Lopez aveva comunque un vero talento nel far valere i rapporti di forza con i fornitori  riducendo i costi dell’acquisto delle componenti.

Così  mentre Gianni Agnelli andava  a dire in giro che il mercato dell’auto avrebbe visto entro pochi anni due o tre soli competitori (e fra questi era abbastanza problematico ci fosse anche la Fiat), la guerra fra i colossi delle quattro ruote cominciava a mostrare all’opinione pubblica il suo cinismo e il disinvolto ricorso a ogni genere di armi improprie. Il manager basco, per esempio, fu condannato per aver sottratto segreti industriali alla General Motors, l’azienda per la quale lavorava prima di trasferirsi a Wolfsburg, e VW riuscì a chiudere la vicenda con  un assegno di 100 milioni di dollari e impegnandosi ad acquistare dal concorrente  pezzi di ricambio per 1 miliardo di dollari entro sette anni. Del resto proprio GM è stata recentemente multata di 900 milioni di dollari per aver ignorato difetti  negli interruttori  di accensione che sono stati la causa  di numerosi incidenti anche mortali.

Sono in ballo sempre somme di denaro gigantesche quando c’è di mezzo l’industria dell’auto,  anche se mai si era giunti alla spaventosa prospettiva di multe per 18 miliardi di dollari e forse anche molto di più per lo scandalo esploso in questi giorni dei test di emissione dei motori diesel  truccati per aggirare i rigidi parametri ecologici americani.

Se il numero mondiale dell’automobile (il primato è stato raggiunto quest’anno) è stato colto con le mani nel sacco in una truffa da piccoli magliari di provincia, non sfugge a nessuno che questo è il segnale di inizio di una nuova grande riconversione del mercato nel quale, come hanno scritto diversi esperti del settore, si va verso la fine del motore Diesel che nessuno è riuscito a ripulire per rendere più abitabile il pianeta Terra e prendono sempre più quota sistemi di propulsione elettrici, ibridi e a gas.  Così come assumono nuovo vigore le strategie di alleanze e fusioni, come quell’idea di Sergio Marchionne di un matrimonio di Fiat Chrysler con GM che porterebbe alle due società “30 miliardi di cash all’anno”.

Tuttavia dispiace molto che questa  gigantesca ristrutturazione della più importante industria manifatturiera mondiale si sia innescata sul disgraziato comportamento di chi pensava di restare impunito violando regole e normative che tutelano la salute e il benessere dei cittadini. E, soprattutto, che questi bari stiano dando un colpo durissimo a un modello  che va oltre le varie isole produttive. La “Fabbrica che respira” di Lopez era anche una metafora di processo produttivi basati sulla collaborazione e il coinvolgimento di tutte le componenti della azienda, in una delle realizzazioni più riuscite della “Mitbestimmung”, la cogestione nella quale i lavoratori partecipano attivamente alla decisioni dell’azienda.

Accanto alle analisi realistiche su quanto accade sulla scena drammatica della guerra fra colossi, è auspicabile dunque che non si perda la via per cercare relazioni industriali sempre più avanzate, partendo dall’esperienza Volkswagen: quella dei cittadini, non quella dei manager sotto accusa.

 

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