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Votare non è più una virtù Opinion leader

Firenze – La sintesi più coerente del perché in Emilia Romagna alle ultime elezioni regionali del 23 novembre abbia votato soltanto il 37% elettori, l’ha affidata al dibattito politico lo stesso Matteo Renzi: Continuo a pensare che tutte le volte che uno non va a votare è un’occasione persa…l’astensionismo mi preoccupa ma continuo a pensare che sia un fatto secondario”.

Certo sul voto non espresso dai cittadini emiliani, che in larga maggioranza non hanno neppure preso in considerazione l’opzione più “moderata” di recarsi ai seggi per annullare la scheda o mandarla in bianco, hanno pesato fattori contingenti e polemiche altrettanto contingenti di fortissimo impatto collettivo. Sul non voto attribuibile all’elettorato di sinistra, ha inciso la bufera politica e giudiziaria per i circa due milioni di euro utilizzati dai consiglieri regionali di tutti i partiti, per voci di spesa che hanno dell’incredibile e niente a che fare con il loro mandato. Poi la prova muscolare sul tema del lavoro ingaggiata da Renzi con la Cgil che probabilmente ha fatto pensare a una fetta consistente dell’elettorato più sindacalizzato e vicino alla sinistra diffusa che era venuto il momento di dare una lezione al premier del centrosinistra e con lui a tutto il Pd. Anche la destra non è stata risparmiata dal non voto: la svolta lepenista di Salvini e lo sfarinamento della leadership di Berlusconi hanno messo in stallo moltissimi elettori del centrodestra che in quest’occasione, al pari dei delusi della sinistra, non hanno trovato attraente neppure la possibilità di votare per il Movimento cinque stelle.

Ciò nonostante, le parole di Renzi ci consentono di mettere a fuoco uno dei tratti costitutivi, dell’identità politica del premier e di larga parte dei suoi più fedeli sostenitori: il potere e la sua conquista. Un potere formale, pragmatico, che guarda al risultato, non al come, né al dove quel risultato si è conseguito. La stessa vittoria in contemporanea in Emilia Romagna e in Calabria, ad esempio, con un livello di partecipazione nella seconda più alto di oltre sei punti che nella prima, anche solo per la diversa storia politica delle due regioni, avrebbe meritato un commento più articolato da parte del leader del centrosinistra. Ma lasciamo stare, perché non è questo il fuoco della mia riflessione che si rivolge, invece, al caso Emilia Romagna, per scivolare poi sulla Toscana, perché è proprio rispetto a questi due contesti geopolitici che le parole di Renzi acquistano un significato e un senso politico diverso dalla semplice esternazione postelettorale, poi ribadita a mente fredda.

I 2 milioni e 150 mila cittadini Emiliani che hanno disertato le urne, con un peso 4 volte maggiore rispetto a quello dello stesso Pd (535.000 voti), restano i protagonisti di un evento clamoroso. Per la prima nella storia elettorale del nostro paese, il “partito dell’astensionismo” ha superato i voti validi espressi. Dato ancor più eclatante, è che ciò sia avvenuto in una ex regione rossa dove per decenni uno tra i valori etico-politici tra i più sentiti e diffusi tra la popolazione era proprio il recarsi alle urne.

Valori etico-politici come tracce residue del passato rosso ? Tradizioni e culture politiche ? Roba da telefono a gettoni nella narrativa renziana, già talmente rottamate da cominciare a pensare che sia venuto il momento di riesumarle in un «brand», in un marchio da spendere sul mercato liquido della politica e da potersi “permettere” di chiamare a far parte del suo staff personale due comunisti toscani doc, Pilade Cantini e Elena Ulivieri, «nel ruolo tecnico di aiuto alla corrispondenza», il primo, «di supporto al premier con i social network», la seconda.

D’altra parte, soffermarsi sul fatto che l’eclatante astensionismo registrato in Emilia Romagna, una delle due grandi ex regioni rosse d’Italia, è il dilemma attuale e lacerante del rapporto sinistra e sua rappresentanza politica, sposterebbe il dibattito su temi e problematiche da cui Renzi preferisce al momento tenersi sapientemente lontano. Soprattutto, dopo che il neo governatore della Regione Emilia Romagna, Stefano Bonaccini, un uomo del suo entourage, ha messo a segno un colpo di mano strepitoso, strappare dalle mani del vecchio apparato Pci/Pds/Ds una delle due ex corrazzate rosse d’Italia. L’altra, la Toscana, sotto la guida del berlingueriano Enrico Rossi, è sua la definizione, al momento non sembrerebbe correre questo pericolo.

Anche in Toscana, tuttavia, poiché stiamo parlando di partecipazione elettorale e in particolare del fenomeno dell’astensionismo, le evidenze empiriche segnalano, ormai da anni, un progressivo incremento della disaffezione. Fu la Toscana, peraltro, la prima regione ex comunista a bucare se pur di poco quella soglia del 90% (89,6%), sopra la quale, dal voto per la Costituente del 2 giugno 1946 e in tutte le successive elezioni di diverso ordine – esclusi i referendum che fanno storia a se – si era sempre attestata la partecipazione elettorale nelle due grandi ex regioni rosse. Da allora, limitandomi a considerare le sole elezioni regionali, l’astensionismo in Toscana è cresciuto costantemente e rapidamente in tutte le successive consultazioni. E con la sola eccezione del voto del 23 novembre 2014, vale la pena rilevarlo, superando sempre di circa 4/5 punti il dato emiliano.

Ed è proprio in Toscana, prima che in Emilia Romagna, che si registrò il primo pesantissimo arretramento della partecipazione al voto in una regione rossa. Accadde alle regionali del 2010. In quell’occasione, infatti, la partecipazione elettorale s’inabissò fino al 60,7%. Abbassando di circa 10 punti e di 300.000 votanti il già problematico 71,4% toccato nelle regionali del 2005. In un sol colpo, senza che a turbare la campagna elettorale avessero pesato fattori ed eventi eclatanti, si raggiunsero due risultati storici: il livello più basso di andata alle urne mai registrato nella storia elettorale della regione; un’affluenza al voto addirittura inferiori alla già bassa media nazionale (63,1%) che schiacciò la Toscana al penultimo posto tra le regioni italiane. Prima della Calabria (59,2%) e quasi a pari merito con il Lazio (60,8%) e la Liguria (60,9%).

Se guardiamo alla partecipazione elettorale come a uno degli indicatori più sensibili del rapporto di fiducia tra cittadini e politica, per decenni vera e propria cifra distintiva delle Toscana così come dell’Emilia Romagna, rispetto ad altre aree del paese, quel dato rese più che evidente che il comportamento elettorale dei toscani non era più dettato dall’appartenenza a una tradizione. Ed anche il conformismo elettorale, eredità inerte di quella tradizione, ma prezioso serbatoio di consensi, sembrava non funzionare più per portare i cittadini alle urne.

Era ormai un decennio, e solo chi non voleva accorgersene non lo percepiva, che la domanda da mille punti che rimbalzava tra gli elettori di sinistra, in attesa di un qualsiasi appuntamento elettorale, non era più la solita e confidenziale: Per chi voti ? Ma la più sconsolata: Ma ci vai a votare ?. Le risposte erano spesso vaghe, “dipende da cosa accade da qui al voto”. Talvolta caustiche, “dipende da come mi sveglio”. Bisogna, allora, ricordarsi delle sezioni vuote del Pd; dello scollamento tra base e vertici di quello stesso partito; dello svuotamento dei valori sociali di quella tradizione; della professionalizzazione della politica; di quel sistema parallelo di gestione dei sevizi pubblici e serbatoio opaco di posti da occupare che è stato, ed è tuttora, il sistema delle aziende partecipate.

Il dato toscano del 2010, fu certamente meno clamoroso del 37% emiliano di l’altro ieri, ma proprio perché non sostenuto da eventi “eccezionali”, maggiormente rappresentativo dello stato di impasse con cui si stavano e si stanno tutt’oggi confrontando intere sacche di elettorato di sinistra. La risposta che venne in quell’occasione, rafforzata dal più recente dato emiliano, ci segnala l’emergere di un fenomeno nuovo: la scelta astensionista come opzione “virtuosa”, perché percepita come l’unica possibile tra gli elettori di sinistra delle ex regioni rosse.

“Virtuosa”, perché pur dovendo fare i conti con la fine di quel mondo che ne garantiva coesione e identità, ricerca nel non voto una propria coerenza. Altrimenti, «dovremmo votare tutti per Grillo», mi ha detto qualche tempo fa un arrabbiato militante del Pd. Perché il problema è tutto qui, non mancano in Toscana elettori di sinistra, manca un pensiero, una tensione che restituisca a quest’ultimi un pezzo di identità, la certezza che la loro partecipazione conti davvero e non solo e soltanto per mettere un nome o un segno su di una scheda elettorale. Questo, tuttavia, non è un problema di Renzi, che proviene da tutt’altra parrocchia. Chi doveva pensarci, per troppi anni, forse, al pari del premier ha pensato che non votare fosse «un fatto secondario», bastava il conformismo elettorale per vincere. Un’occasione persa, inoltre, è tale quando si ha davvero qualcosa da perdere, o qualcosa da conquistare. In Toscana gli elettori di sinistra hanno già perso molto, da conquistare, caduta ogni prospettiva ideale, resta poco. Così in tanti preferiscono restarsene a casa.

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