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Voto in Israele: finisce l’era di re Netanyahu Opinion leader

Pisa – Riavvolgiamo la pellicola della recente storia politica di Israele iniziando questo film a dicembre 2018, quando Netanyahu decide di portare il Paese a votare per anticipare e smontare i procedimenti penali imminenti. Il 9 aprile si vota e il risultato è di pareggio, mentre la trattativa per la formazione del quinto esecutivo naufraga, il falco della destra ammonisce: “Noi non siamo l’Italia”. E invece il Paese torna al voto il 17 settembre.

Alla vigilia di queste elezioni cinque gli scenari che potevano plausibilmente uscire dalle urne. Primo: Netanyahu e il Likud si impongono, la destra è maggioranza, il trono è salvo. Secondo: Il partito dello sfidante centrista Benny Gantz vince, ma l’alleanza di destra è maggioritaria, Netanyahu si avvia al trionfo. Terzo: I due principali contendenti sono in stallo, sostanzialmente pari, nessuno può contare su una forte coalizione, il nazionalista Avigdor Lieberman è diventato l’ago della bilancia, paventata la soluzione del governo di unità nazionale, magari con la formula del sistema di rotazione, il presidente Rivlin assegna la rimessa a Gantz, nubi scure si addensano sul futuro del falco della destra.

Quarto: Gantz, il suo movimento “Kachol Lavan”, insieme ai due partiti del sionismo socialista e alla lista araba unita ottengono la maggioranza, lo sconfitto è Netanyahu, a smazzare le carte è Gantz. Quinto: Cartello di senso unico alla Knesset, empasse, si torna al voto per la terza volta in meno di un anno, vengono affilati i coltelli per la resa dei conti finale.

Con lo spoglio delle schede terminato, restano aperte le porte a due percorsi: governo di unità nazionale che includa Kachol Lavan e Likud, con l’appoggio di Lieberman e forse dei laburisti, oppure il ritorno al voto. Altre soluzioni non sono fattibili, tanto meno sperimentabili.

Conclusa ufficialmente l’era di re Netanyahu, fa capolino sulla scena la lista araba intenzionata a rompere lo schema di opposizione ad oltranza, diventando a questo punto, non solo la voce degli arabi israeliani, ma una forza politica nazionale. Umiliato, Netanyahu stesso, potrebbe concludere che per dar vita ad una larga maggioranza “sionista” la cosa migliore sia fare un passo indietro, lasciando il campo ad una figura di spicco del Likud.

Il nome che circola con insistenza in queste ore è quello di Gideon Sa’ar, procuratore, ex ministro degli Interni, molto vicino a Rivlin e sostenuto dall’ala liberal del partito, che non ha mai nascosto le proprie distanze dal capo: “Netanyahu è circondato da teorici della cospirazione che non pensano agli interessi e al bene dello stato e del Likud. La sua retorica è un male al nostro movimento, inietta veleno nelle vene”. Nella notte più lunga per Netanyahu Sa’ar era in disparte, stampata in faccia una cinica risatina. Nei titoli di coda di questa elezione lampo il re di Israele ha perso la corona e implora un cavallo che lo porti in salvo, dalla magistratura. Ha però bisogno al più presto di trovare qualcuno di cui si può fidare ciecamente.

Alfredo De Girolamo Enrico Catassi
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