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Voto storico ai Comuni: Londra riconosce la Palestina Opinion leader

Pisa – Che le radici storiche del conflitto israelopalestinese siano da attribuire anche alla politica estera del Regno Unito è cosa comprovata. Errori su errori storici aprirono di fatto durante il mandato britannico della Palestina la strada ad una crisi infinita in quelle terre. Ai giorni nostri Londra torna ad affrontare la crisi mediorientale, attraverso un confronto politico aperto che avviene nelle stanze del Palazzo di Westminstern. Alla Camera dei Comuni è un lunedì pomeriggio autunnale destinato a segnare la storia.

Il parlamento britannico è in seduta, il dibattito durerà 4 ore. In nottata giunge l’esito di un risultato scontato, con 274 voti a favore e 12 contrari è stato approvato l’emendamento che riconosce la legittimità dello Stato della Palestina e “invita” il governo a procedere: in realtà la risoluzione non è vincolante, non è un must imperativo ma bensì un più diplomatico dovrebbe, should in inglese. Prima del voto i banchi della camera sono stati abbandonati in gran fretta dalla maggioranza, dei 650 parlamentari solo 286 hanno preso parte alla consultazione.

Il senso dell’astensione è chiaro: “Do it, in silence please. Fatelo, in silenzio ma fatelo”. Il contesto politico era tuttavia pronto per questo importante passo e il lavoro del laburista Grahame Morris relatore della mozione è stato tutto in discesa: “riconoscere la Palestina come stato è un atto di simbolica importanza”. Compatto nell’appoggiare il testo di Morris tutto il gabinetto ombra laburista: “questo riconoscimento avrà una ricaduta positiva sull’impasse attuale delle trattative tra palestinesi ed israeliani”. Una decisione, quella laburista, che rispecchia l’opinione pubblica britannica, in particolar modo alla luce della recente guerra di Gaza.

E che ha sviluppato un consenso popolare talmente diffuso tale da spaccare il fronte della maggioranza dei conservatori sulla decisione finale e lasciando ai suoi parlamentari la totale libertà di voto. Così c’è stato chi come il membro del partito Tory Nicolas Soanes ha definito la scelta “moralmente giusta e in linea con l’interesse nazionale”. Mentre il suo collega di partito Malcom Rifkind ha parlato di “decisione prematura”.

Nel 2012 al Palazzo di Vetro dell’ONU, la Gran Bretagna si era astenuta dal voto per l’allargamento dello status di Paese osservatore alla Palestina. Risoluzione passata a stragrande maggioranza. Nella mattinata di martedì con il rintocco del Big Ben è arrivato il chiarimento del governo di Cameron, il rappresentante del Foreign Office per il Medio Oriente Tobias Ellwood ha annunciato che: “la Gran Bretagna si riserva il diritto di riconoscere la Palestina se appropriato con il processo di pace”. La posizione è alquanto ambivalente, tipicamente italiana verrebbe da dire, da un lato si prende atto del voto ma dall’altro non si tiene in dovuta considerazione e ovviamente non si procede in tal senso.

La parziale rettifica del governo inglese non ha tuttavia calmato le acque in Israele, dove il voto britannico ha innescato un acceso dibattito interno e una risentita, ma diciamo pure stizzita, reazione: “la decisione di riconoscere la Palestina mette a repentaglio il processo di pace”. È la dichiarazione ufficiale della diplomazia israeliana che suona come una minaccia neppure troppo velata. A nulla era valso il tentativo da parte di esponenti dell’Avodà, i laburisti israeliani, di convincere gli omologhi compagni britannici a desistere da una decisione giudicata sbagliata.

Era accaduto anche qualche giorno prima in occasione del riconoscimento palestinese da parte della Svezia, allora il leader laburista israeliano Isaac Herzog aveva tuonato agli scandinavi: “La vostra politica contesta il principio di reciprocità. Non sono sicuro che sia la cosa giusta da fare. I negoziati sono preferibili a mosse unilaterali che rischiano di portare a conseguenze indesiderate”. Dopo il voto di Londra Herzog è tornato sull’argomento spostando il tiro della critica al centro della questione, contro il governo di Gerusalemme: “La scelta britannica è l’evidente dimostrazione del fragoroso fallimento del patto tra Benjamin Netanyahu e il Ministro degli esteri Avigdor Lieberman”. Svezia e Regno Unito hanno dato il via ad un’accelerazione per la legittimazione della Palestina, in risposta allo stallo politico-diplomatico attuale.

Una decisione politica alla quale plaude il partito di sinistra Meretz che si augura un effetto a catena anche in altri Paesi, come confermato dalla leader israeliana Zahava Gal On: “sarebbe meglio per il governo – israeliano – lasciar perdere le proprio ossessioni e acconsentire al riconoscimento di uno Stato palestinese alle Nazioni Unite”. Intanto in Palestina è festa. Hanan Ahsrawi, esponente di spicco della società palestinese, raggiante ringrazia tutti a partire proprio “dagli israeliani che coraggiosamente in questi mesi hanno continuato a chiedere al parlamento britannico di votare per il riconoscimento dello stato della Palestina”. Ad oggi sono oltre 130 i Paesi che riconoscono la Palestina. Fanno eccezione gran parte degli stati dell’Europa occidentale, gli Usa, il Messico, il Canada. E ovviamente l’Italia. Politica o sentimento da Westminster è partito un segnale chiaro al mondo. In Terra Santa a qualcuno non è piaciuto per niente, ad altri così e così a taluni è piaciuto molto.

Enrico Catassi    Alfredo de Girolamo

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