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Welfare, dalla difesa del posto a quella del reddito Opinion leader

Si fa riferimento ad una contrattazione più locale e aziendale (rispetto a quella “rigida nazionale”) e ad un sistema più flessibile di assunzione e di dismissione di manodopera. Il tema è particolarmente sentito nel nostro paese e, in particolare dopo l’avvento del Governo Monti, il dibattito su questi temi si è riacceso con le inevitabili, peraltro non nuove, dispute ideologiche. Che coinvolgono in primo luogo le forze, politiche e sociali, che si richiamano al centrosinistra. Per il centrodestra non sembrano esserci problemi. Come ha detto lapidariamente Berlusconi: quelle sono le nostre idee!! Sarebbe da chiedergli, perché allora non ha realizzato in tutti questi anni una Riforma in tal senso?? Ma questa è un’altra storia.

Nel caso in questione le dispute ideologiche non sono del tutto ingiustificate. Il tema del lavoro, dei diritti dei lavoratori e della tutela nel mercato del lavoro e nell’azienda non sono temi che si possono “delegare” solo ad una tecnicalità. Sono temi “sensibili”. E richiamano inevitabilmente visioni della società e dell’economia “intrise” di valori e di principi. E quindi è giusto non banalizzare il dibattito sul tema. Proporrei però, per vedere se può esservi una qualche convergenza sulle misure da adottare, di partire dall’analisi della situazione di fatto. La situazione di fatto ci può dare qualche spunto su cui ragionare a prescindere dall’ideologia e può far emergere alcuni punti condivisi  su cui applicare una Riforma che appare oramai inevitabile (e anche necessaria!).

Su circa 23 milioni di occupati non agricoli i lavoratori dipendenti stabili che stanno in un’impresa oltre 15 addetti (e che quindi sono difesi dall’art.18 dello Statuto) sono circa 7 milioni. Il resto o sono lavoratori autonomi (circa 6 milioni), o hanno un contratto a tempo determinato o a progetto (circa 5 milioni), o stanno in imprese sotto 15 addetti (circa 4 milioni) o hanno in qualche modo un “padrone pubblico” (circa 3 milioni). Il totale non torna perché ci sono sovrapposizioni fra queste classificazioni “di massima”. Anche la difficoltà a riportare le varie classificazioni al totale rende bene la complessità del mercato del lavoro italiano.

Una complessità che è fatta di regole diverse, di contrattazione che prevede livelli di tutela e di garanzia di stabilità molto differenziati fra le categorie e i singoli. E che nasconde, e questo è il vero “corno del problema”, una disuguale distribuzione dei diritti fra i lavoratori. Certamente molto diversi fra i 7 milioni di stabili nelle  grandi imprese e i 5 milioni di temporanei sparsi nell’intera economia. Quindi possiamo dire che partiamo da una situazione non ottimale. Si pensi soltanto che l’occupazione “a termine” riguarda circa il 13% dei lavoratori nel complesso,  ma quasi il 40% di quelli sotto i 30 anni di età.  La Bce ci chiede di entrare in questa “complessità” e di rendere più flessibile la difesa dei diritti dei lavoratori, passando dalla difesa del posto di lavoro in azienda al reddito del lavoratore come cittadino. Questo significa consentire all’azienda di dismettere lavoratori quando la situazione economica è sfavorevole ed invece riassumerli nel momento della ripresa. Nell’intermezzo fra una dismissione e una nuova assunzione il lavoratore (tutti, non solo quelli delle grandi imprese!) sarebbe garantito da un reddito di “cittadinanza” abbastanza vicino al proprio reddito da lavoro.  Inoltre la Bce  chiede di avvicinare la contrattazione verso l’azienda e non verso il livello nazionale:  rendendo così più vicino il rapporto fra la produttività della singola unità (che varia nel tempo e nello spazio) e la richiesta salariale dei lavoratori.

Il vantaggio di questa proposta è un modello di reclutamento del personale  più flessibile e più tempestivo nel cogliere le diverse congiunture economiche che si susseguono nei diversi settori e nelle diverse imprese del sistema economico. Inoltre propone una maggiore eguaglianza di trattamento del lavoratore, di ogni lavoratore, di fronte alla crisi della propria azienda e alla perdita del posto di lavoro. Infine consente alla contrattazione di svilupparsi laddove si conosce l’andamento aziendale e laddove è possibile legare il salario alla vera redditività dell’impresa. Con uno spostamento dell’economia, e dei lavoratori,  dai settori più maturi a quelli più innovativi. Lo svantaggio è legato indubbiamente al fatto che un sistema di questo tipo favorisce i lavoratori delle imprese più dinamiche, dei settori più innovativi e dei territori più dotati. Inoltre, senza “abbandonare” nessuno (anzi, la tutela del reddito diventa più universale rispetto all’attuale modello!), mette maggiormente nelle mani del singolo lavoratore, rispetto ad una visione più collettiva, la propria collocazione lavorativa e professionale nel sistema economico.

Il recupero di una certa “responsabilità” individuale nel percorso lavorativo  legata alla professionalità, all’impegno e alla capacità di fare e di relazionarsi con gli altri può essere un fattore positivo per un nuovo sviluppo del paese. Però occorre stare attenti perché questo modello, se non corretto con qualche immissione di “vecchia e sana” contrattazione collettiva, rischia di lasciare solo il lavoratore. In particolare quei lavoratori più deboli o per caratteristiche personali (giovani, donne, immigrati) o per condizioni professionali (basso livello di istruzione e di competenza). Inoltre rischia di lasciare mano libera all’azienda nel disfarsi di lavoratori “scomodi” sia dal punto di vista politico e sindacale che da quello organizzativo (competenze e visioni “devianti”). Ma su queste debolezze, che vanno tenute in conto e in qualche modo “corrette”, non bisogna appuntarsi troppo per difendere lo “status quo” che, come abbiamo visto, tutela oggi soltanto una minoranza dei lavoratori.
La speranza è che su questi temi inizi una discussione vera, senza il lancio di anatemi da una parte o dall’altra, puntando ad aumentare la produttività del sistema di impresa e nello steso tempo i diritti e la dignità del lavoratore. Di tutti i lavoratori. Non sarà facile trovare un equilibrio fra le diverse, e a volte contrastanti, esigenze. Ma è il tempo degli uomini di “buona volontà” e non di truppe che si affrontano “all’arma bianca”. Anche perché a perdere sarebbe certamente il paese. E questo non possiamo permettercelo.

 

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