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Zeffirelli, il destino scomodo di un uomo senza maschere Opinion leader

Pistoia – Un animo irrequieto, che ha trovato pace. Franco Zeffirelli, a novantasei anni ha incontrato “sorella” morte. Era nell’aria, da tempo aveva ceduto al tempo della stanchezza fisica, lui che amava la vita, ma non è mai sceso a patti con la vita, perché il suo percorso, lui, se lo è disegnato da solo. La sua storia singolare,  forse simile a tanti altri, inizia novantasei anni fa. Già il cognome è singolare, unico, inimitabile. Non esistono altri Zeffirelli. No, solo lui.

Che cognome dare a chi nasce da una storia d’amore, a chi viene concepito al di fuori della famiglia? Certamente non quella di “ figlio di NN”. La madre, Alaide Garosi, era una sarta, con un marito in fin di vita, tre figlie e uno in arrivo. Ma non è di suo marito. Non poteva esserlo date le sue estreme condizioni di vita.

«Mia madre tenne testa a una città intera, tutti lo sapevano: il bimbo nel suo grembo non poteva essere del marito, che si stava spegnendo in sanatorio. Seguì il feretro con il pancione, vedova incinta di un altro uomo. Si può solo immaginare lo scandalo» dice di lei il Maestro. È il 1923. Un tempo in cui si urlava allo scandalo in casi del genere, in cui c’era l’accusa di essere una puttana, donna di malaffare, di facili costumi. Ma lei, Alaide, se ne sbatteva. E non temeva il giudizio della gente, del popolo. Lei, stava dando alla luce colui che oggi ricordiamo come una “ luce” nel buio. Quella che l’arte dona, a tutti noi.

La registrazione all’anagrafe dette così i natali al cognome illustre. E pensare che l’iniziale venne scelta a sorte. Fu la Z. la madre canticchia un passaggio dell’Idomeneo di Mozart: «Solitudini amiche, aure amorose, zeffiretti lusinghieri». Questo perché racchiude strofe di una passione impossibile e di un messaggio d’amore affidato ai venti. Zeffiro, il vento. E Franco sarà figlio del vento che soffia, e parla d’amore. Quell’amore forse impossibile da vivere, che però ha lasciato una traccia indelebile. Come lo è lui. Il figlio del vento. Ma all’anagrafe non conoscono Mozart, sbagliano o capiscono male, e Zeffiretti, il cognome suggerito da Alaide, diventa così Zeffirelli.

Ma chi è il  padre di Franco Zeffirelli? Un commerciante di stoffe. Tale Ottorino Corsi, che solo al compimento dei 19 anni lo riconosce. In tale Corsi, se proprio volessimo andare a scoprire a ritroso la genealogia della sua famiglia, troveremo un altro figlio illegittimo, con una simile vocazione all’ingegno ed alla creatività, e forse anche un tipo strano, libero e ribelle, come Franco. Si chiamava Leonardo, e come il padre di Zeffirelli, veniva da Vinci. Nasce già con l’impronta del difficile, il Maestro Zeffirelli. Del “non allineato”, del figlio di NN, nato dal vento. Forse è vero, come dicono, che certe vite sono già segnate, già prima di esistere. Un carattere indomito e ribelle, non conforme. Un uomo che non resta in fila, assieme agli altri, che non segue la via più facile, ma è disposto a seguire la sua, certamente più scomoda.

Pagherà un prezzo per questo, prima di tutto lo paga dentro sé, con la sua «solitudine amica», quel suo isolamento dalla società, che sente non sua. La strada che sceglie Zeffirelli è la strada della libertà. Era contro i totalitarismi, le dittature, i soprusi, le file ordinate del potere, le imposizioni. Fu Giorgio La Pira, il leggendario Sindaco di Firenze, a fargli da guida politica e di pensiero. «Fu lui a insegnarmi che i totalitarismi sono tutti uguali: neri, bruni o rossi si macchiano dello stesso peccato contro l’individuo». Di fatto una grande lezione di vera democrazia. “Non fidarti mai – gli dice, in pratica- di chi in nome della razza, della nazione, dello Stato, della classe è pronto a sacrificare l’umano. Non credere a chi promette il paradiso in terra. Non lasciarti ingannare da chi non ti vuole uguale ma identico agli altri, come un clone. Non scambiare la tua libertà solo per non avere più paura-

Zeffirelli ha vissuto situazioni orribili, visto con i propri occhi azioni compiute proprio dai quei «giusti» senza pietà. «Li vidi fare cose orribili – dice- assassinare un prete solo perché aveva benedetto le salme dei fascisti e gettare il suo corpo nella fossa che usavano come latrina». È per questo che non sta, come molti amici e colleghi, nelle casematte del Pci. «Mi odiavano perché non mi accodavo. Addirittura perché credo in Dio»

Libero, omosessuale, cattolico. Senza maschera, senza filtri. Regista della sua stessa vita, oltre che di meravigliose opere, un grande amore ma difficile, che lo vede con Luchino Visconti, da cui però lo divide proprio la sua particolare personalità. Lo vediamo eletto in Senato, al fianco di Silvio Berlusconi. È il 1994, e farà anche una ulteriore legislatura. Zeffirelli sogna una rivoluzione liberale in un Paese dove i liberali non hanno cittadinanza. È il sogno, magari ingenuo, di chi non vuole morire schiacciato tra il rosso e il nero.

Perché c’è uno spazio possibile, ed ancora inesistente, dove c’è moderazione, libertà, vera democrazia. Forse ad oggi manca proprio un Mercuzio, il personaggio che Zeffirelli ha amato di più. L’amico di Romeo, che finisce per morire, ucciso per l’eterna faida tra Montecchi e Capuleti. Mercuzio, colui che Shakespeare investe a rifugio dei proprio sogni, ed illusioni. Mercuzio innamorato e ossessionato da Mab, la regina che tormenta l’animo degli umani per spingerli a cercare il sogno e la bellezza. Un po’ come il maestro Zeffirelli, che, come Mercuzio, cercava disperatamente la libertà.

E’ Firenze, che l’ha accolto ieri, il Maestro. Quella grande e maestosa Firenze, che tanto non l’ha amato, ma che l’ha visto sfilare ancora ignaro, già nella pancia della sua Alaide, ed ora nella sala più importante di Palazzo Vecchio, per l’atto finale, quello della morte.

A Firenze, dove mai gli è stato riconsegnato il valore della bellezza che lui ha tanto trasmesso, un po’ come la sua amica stimata Oriana Fallaci, anch’essa simile per molti aspetti a lui, a cui lui portò un Fiorino d’oro, che aveva acquistato in una bottega. E spicca sul feretro la sciarpa della sua “ Viola” che sentiva più importante di un Oscar.

E davanti a migliaia di persone che si sono recate davanti al feretro per un omaggio al valore, oppure per cercare volti conosciuti, chissà, si ode quasi recitare il suo monologo finale: «Maledette le vostre due famiglie. Avete fatto di me carne per vermi».

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