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Zone rosse, ricorso accolto e il Tar annulla l’ordinanza Breaking news, Cronaca

Firenze La sentenza del Tar che dispone l’annullamento dell’ordinanza prefettizia del 9 aprile scorso che predispose 17 “zone rosse” in città, in cui era fatto divieto di stazionare alle persone che avessero ricevuto denuncia dalle forze di polizia per  “violazione della normativa sul commercio in area pubblica o che risultano denunciate per i reati di percosse, lesioni personali, rissa, danneggiamento o spaccio di sostanze stupefacenti”, rappresenta senz’altro un punto fondamentale nella giurisprudenza in merito.

Il provvedimento, di durata trimestrale, prevede l’allontanamento “dei trasgressori dalle aree indicate”. Si trattava delle seguenti zone: area della Fortezza da Basso, Parco delle Cascine, via dei Servi, piazza  dei Ciompi, via dell’Ariento, via Sant’Antonino, borgo San  Lorenzo, piazza del Mercato Centrale, via Nazionale, largo Fratelli  Alinari, piazza della Stazione, via Panicale, via Guelfa, via de’ Benci, largo Pietro Annigoni, via dei Pandolfini e piazza San  Jacopino.

Ebbene, il ricorso è stato proposto da Matteo  Innocenti (denunciato ex art. 73, comma 5, d.P.R. 9 ottobre 1990, n. 309, per reati legati alla detenzione di sostanze stupefacenti), fiorentino, residente in una “zona rossa”. L’ordinanza, come spiega nella conferenza stampa organizzata a Spazio Inkiostro, lo ha coinvolo proprio in primissima persona. Infatti, Innocenti abita prospiciente a San Jacopino, e poteva incorrere nel paradosso che tutte le mattine, uscendo di casa e magari femrandosi come d’abitudine nel bar della piazza, poteva a rigor di ordinanza rischiare di essere fatto “allontanare” dai luoghi stessi in cui vive. Innocenti è anche attivista del grupppo politico Potere al Popolo, nella cui sede si è tenuto l’incontro con la stampa. “Una delle ragioni più forti che ci hanno motivato a questo appuntamento – spiega Francesca Conti, di Pap – è la trasversalità del tema, che tocca diritti costituzionali la cui difesa dovrebbe essere cara a tutti. La libertà di movimento, la necessità di essere ritenuti innocenti fino al termine del procedimento giudiziario sono diritti che non hanno colore politico”. 

Il ricorso, intentato dagli avvocati Cino Benelli,  Fabio Clauser e Adriano Saldarelli, patrocinato dall’Aduc, si fonda su 5 punti che sinteticamente possono essere enunciati: la mancanza dei presupposti di legge per l’esercizio del potere di ordinanza di necessità e urgenza; la limitazione delle libertà costituzionali;  la contestazione dell’automaticità fra denuncia delle forze di polizia ed effettivo compimento da parte del soggetto “di comportamenti incompatibili con la vocazione e la destinazione delle 17 aree della città”; il carattere di inutilità rispetto agli interessi coinvolti nonché difetto di proporzionalità; il contrasto con i principi fondamentali dell’ordinamento e con le libertà garantite dalla Costituzione, dalla Carta dei Diritti fondamentali dell’Unione europea e dalla Convenzione Europea  dei Diritti dell’Uomo. 

Contro il ricorso si è costituita l’Avvocatura dello Stato per il Ministero dell’Interno, che ha chiesto la reiezione dello stesso.

Per la decisione del Tribunale amministrativo, tre punti sono stati decisivi. Il Tar ha motivato la fondatezza del ricorso (con il conseguente effetto  dell’annullamento dell’ordinanza) in primo luogo perché il provvedimento è stato emanato secondo il  T.U. delle Leggi di Pubblica Sicurezza, e quindi secondo i criteri previsti di urgenza o grave necessità pubblica. Ma nella fattispecie, dicono i giudici, l’Amministrazione non dimostra che i mezzi abitualmente utilizzati per fronteggiare la situazione siano insufficienti a “far fronte alla situazione di rischio per la sicurezza urbana”. Su questo punto, sono i giudici stessi a innestare una tematica molto dibattuta di questi tempi, ovvero l’impatto del turismo. 

Sul punto infatti i giudici, richiamandosi anche al verbale della seduta del Comitato provinciale per l’ordine e la sicurezza pubblica del 27 marzo 2019, dichiarano che da parte degli attori convenuti, fra cui l’amministrazione comunale fiorentina, si può “evincere”  una valutazione di insufficienza dei mezzi ordinari “per far fronte alla situazione di rischio per la sicurezza urbana, conseguente ai flussi turistici che, nella stagione primaverile, si incrementano notevolmente”. E tuttavia, continuano i giudici “è comune esperienza che la città fiorentina (così come, peraltro, altre città italiane importanti sotto il profilo storico-culturale) è interessata da flussi turistici particolarmente rilevanti nella stagione primaverile” dunque, non trattandosi di sciutazione nuova, imprevedibile o sconosciuta, una programmazione di interventi da parte dell’amministrazione è senz’altro possibile. Insomma, il divieto di stazionare in determinate aree urbane “non può essere utilizzato in via ordinaria poiché, in tal caso, dovrebbe essere previsto da una specifica norma di legge come stabilisce l’articolo 16, primo comma, della Costituzione”.

Altro punto fondamentale per i giudici del Tar la rilevazione che il provvedimento prefettizio, nella sua dizione testuale, “stabilisce una irragionevole automaticità tra la denuncia per determinati reati e l’essere responsabile di “comportamenti incompatibili con la vocazione e la destinazione” di determinate aree”. Un’equiparazione ritenuta “irragionevole” dai giudici  “poiché non è dato evincere un nesso di consequenzialità automatica tra il presupposto e la conseguenza”.

“In altri termini – si legge nella sentenza – non è predicabile in via automatica un comportamento  di tal genere in capo a chi sia solamente denunciato per determinati  reati”. In soldoni, per poter comprimere libertà costituzionalmente garantite, concludono i giudici, alla denuncia (imprescindibile) del soggetto interessato, si aggiungere anche la concretezza del comportamento. 

La conclusione è la seguente: ricorso accolto con effetto di annullamento del provvedimento prefettizio del 9 marzo 2019, meglio conosciuto come il provvedimento “delle zone rosse”. E ad ora, sia da parte dell’amministrazione comunale che dell’avvocatura di stato in rappresentanza del ministero degli interni, silenzio.

 

 

 

 

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